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L’impiccagione di Saddam Hussein al termine di un processo che tutti i maggiori esperti di diritto internazionale - Antonio Cassese in testa - hanno giudicato profondamente viziato sotto il profilo della legittimità e dello stesso svolgimento dibattimentale è solo l’ennesimo tassello della strategia mediorientale del gruppo dirigente attualmente al potere negli Stati Uniti - e del suo fallimento.
Vi entri un disegno ideologico coerente, ma perverso nei fini e disastroso nel suo svolgimento, vi entrino gli evidenti limiti intellettuali e culturali di George W. Bush, che mai ammetterà di avere radicalmente sbagliato l’approccio nella “guerra al terrorismo” (una contraddizione in termini, giacché i meccanismi tradizionali della guerra non si adattano in alcun modo alla strategia di contrasto di un nemico senza volto quale è appunto il terrorismo), vi entri infine la volontà perversa del clan di potere e di denaro stretto intorno alla Presidenza repubblicana, che ha voluto portare usque ad sanguinem la rivalsa contro la marionetta che aveva osato ribellarsi ai suoi padroni (ed assai opportunamente qualche canale televisivo ha rimandato le immagini della visita che un sorridente Donald Rumsfeld, a nome di Reagan e di Bush senior, effettuò a Bagdad nel 1983 presso quello stesso Saddam Hussein allora meritorio sterminatore di comunisti e di sciiti), al colmo di un generalizzato spargimento di sangue che agli USA è costato più vittime di quelle dell’11 settembre (senza contare, ovviamente, le vittime irachene) anche la libbra di carne dell’ ex dittatore è stata pagata.
Al di là dell’ avversione generale per la pena di morte, al di là dell’ ovvia constatazione operata ad esempio dal card. Renato Martino per cui “i tribunali dei vincitori non amministrano giustizia ma vendetta”, ciò che stupisce è l’ estrema ottusità politica, l’incapacità di calcolare le ovvie reazioni che, al di là delle autobomba già scoppiate subito dopo l’annuncio dell’esecuzione, amplieranno il fossato già esistente fra le diverse etnie e confessioni religiose nel mosaico iracheno, rendendo impossibile il recupero alla dialettica politica (se una simile espressione ha senso nel carnaio mesopotamico) della componente baathista che per un trentennio ha governato il Paese con pugno di ferro costituendo di fatto l’unica classe dirigente che l’Iraq contemporaneo abbia mai conosciuto.
Se ne era reso conto, ed è tutto dire, l’attuale Presidente della Repubblica, il curdo Jalal Talabani, che aveva espresso - tatticamente o meno non importa - la sua riprovazione per l’esecuzione rendendosi conto delle difficoltà che essa creava, al di là del desiderio di farla pagare all’antico oppressore del suo popolo.
Resta il fatto che la morte cruenta di Saddam, pronunciata ed eseguita da iracheni ma evidentemente telecomandata da Washington (e da Gerusalemme), è solo un elemento in più che si inserisce nell’entropia della crisi mediorientale che invece di circoscriversi, come faceva ben sperare l’esito delle elezioni parlamentari statunitensi, rischia invece di allargarsi a ben altri scenari.
Non va ignorata in questo senso la recrudescenza della crisi somala, con la decisione improvvisa del governo etiopico di schierarsi al fianco del Governo di transizione (che ha fra i suoi componenti il famoso generale Aidid ed altri insigni ladroni e tagliagole, i cosiddetti “signori della guerra” che costrinsero al ritiro la missione ONU “Restore Hope” dieci anni fa) in una guerra insensata, ottenendo abbastanza facilmente, vista la disparità delle forze in campo, il ritiro delle cosiddette “Corti islamiche” da Mogadiscio e dalle altre città occupate (che peraltro in quasi sei mesi di occupazione fondamentalista hanno goduto di una pace ivi sconosciuta dai tempi della deposizione del dittatore Siad Barre, che tanti buoni amici aveva in Italia).
Ma che cosa può aver spinto il Governo di uno dei Paesi più poveri e derelitti del pianeta, estenutato da anni di guerra civile e dalla lotta endemica - e sostanzialmente perduta - contro l’ indipendentismo eritreo, a impegnarsi in una guerra su territorio straniero? Evidentemente la promessa da parte statunitense di aiuti militari ed economici in cambio del “lavoro sporco” a sostegno di un Governo somalo dalla legittimità discutibile e soprattutto contro quelli che, nello scenario paranoico disegnato dalla Casa Bianca, sembrano essere i sodali di Al Qaeda nel Corno d’ Africa.
Può darsi che la cosa finisca qui, che il rapido sbandamento delle truppe fondamentaliste segni la fine della guerra, ma la cosa è dubbia, visti gli insistenti appelli dei capi delle Corti islamiche alla guerriglia, e soprattutto al crescente malcontento della popolazione per la presenza di truppe straniere (per di più truppe cristiane in una terra prevalentemente islamica, e truppe di un Paese che i somali percepiscono come il nemico storico del loro) che alla fine sono l’unico puntello di un Governo largamente screditato.
Se si aggiunge a ciò la ripresa della politica degli insediamenti in Cisgiordania tollerata dal Governo Olmert in violazione degli accordi intercorsi fra lo stesso premier israeliano ed il Presidente palestinese Abu Mazen, e la perenne ebollizione della situazione in Libano, il quadro generale diventa sempre più oscuro.
In tutto questo, forse l’unico elemento positivo è la percezione del crescente distacco fra Europa ed USA reso vieppiù marcato dalla condanna generalizzata (con la solita, triste eccezione britannica) dell’ esecuzione di Saddam. E’ poco, ma da qui si può ripartire per creare una politica dell’ Occidente che appaia meno odiosa agli occhi dei Paesi islamici e del Terzo mondo.
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