Gli ottant'anni di un gigante
editoriale di febbraio 2007 - di Giovanni Bianchi

Il 15 febbraio prossimo il cardinale Carlo Maria Martini compirà ottant’anni, il che, in base alle norme a suo tempo stabilite da Paolo VI , lo farà uscire dal numero dei cardinali elettori: soprattutto questo compleanno, che la Diocesi di Milano ed il suo successore Dionigi Tettamanzi onoreranno con uno speciale pellegrinaggio a Gerusalemme, dove il Cardinale si è da tempo ritirato, costituirà un’importante occasione per fare il bilancio di una straordinaria esistenza che, votata alla missione sacerdotale, allo studio e all’insegnamento, ad un certo punto, per un atto di straordinario coraggio e fantasia di Giovanni Paolo II, prese una piega del tutto diversa segnando un’epoca ed una città.

Il gesuita Martini approdò a Milano nel 1980, mentre l’ultima, cupa stagione degli anni di piombo volgeva al termine (uno dei suoi primi atti fu quello di recarsi all’ Università Statale per benedire il cadavere del magistrato Guido Galli, ucciso da un commando di Prima Linea), mentre il rinnovamento conciliare, gestito per oltre quindici anni con ritmo stancamente burocratico, segnava il passo, mentre l’associazionismo tradizionale si interrogava sul suo ruolo e nuovi movimenti ecclesiali si proponevano, spesso con arrogante aggressività, come gli unici veri depositari della fede presumendo di riassumere in sé tutta l’ esperienza della comunità ecclesiale (e, quel che è peggio, erano incoraggiati in tal senso “dall’alto”). Pochi, al di fuori del circuito dei biblisti e dei teologi, lo conoscevano, molti diffidavano, un po’ perché era gesuita ed in definitiva c’è sempre stata diffidenza in certi ambienti  verso i figli del Loyola, un po’ per il suo curriculum di studioso, straordinario a dir poco ma, si chiedevano, quanto adatto al pastore della più grande e complessa Diocesi del mondo?   

Martini studiò, mentre Milano studiava lui, e prese la parola solo nell’ autunno del 1980 con la sua prima lettera pastorale, intitolata “La dimensione contemplativa della vita”: un titolo che fece scalpore, perché inaugurava un paradosso. Nel cuore di una delle città più iperattive del mondo, in mezzo a gente che spesso non ha tempo nemmeno per gli affetti più cari perché troppo presa a lavorare, a costruire, a fare affari, il nuovo Arcivescovo veniva a parlare di contemplazione, anzi della necessità della contemplazione per una buona vita cristiana ed umana. L’anno dopo, la lettera pastorale seguente rincarava, per così dire, la dose mettendo “In principio la Parola”. In questo modo egli sottolineava come la centralità della Parola di Dio nel vissuto quotidiano dell’ esistenza cristiana fosse irrinunciabile, e definisse anzi l’ identitàv del credente meglio di tanti discorsi: in quante realtà che si dicono cristiane, in effetti, la Parola di Dio – che è Dio stesso, perché la Parola era in principio presso Dio e poi si è fatta carne di uomo- è ascoltata, meditata, ruminata, vissuta come orientamento autorevole e quotidiano della propria esistenza?

Soprattutto, il Cardinale coglieva come la centralità della Parola fosse il portato più maturo del Concilio, che a partire dalla Costituzione apostolica “Dei Verbum” , affermava la necessità assoluta di una migliore conoscenza del testo biblico,e  tale del resto era anche uno dei frutti più importanti della riforma liturgica (lo ricordino gli estetizzanti che rimpiangono il rito tridentino, i quali in fondo dimostrano di preferire la dimensione esoterica a quella dell’agape fraterna, che non nega ma integra in sé quella del sacrificio del Figlio di Dio) .

Ma quello che di Martini colpì di più tutti, credenti e non credenti, fu essenzialmente lo stile, la sua capacità inimitabile di porgere le verità di fede senza mai dimenticare l’esistenza di dubbi laceranti, di nuove domande emergenti, di un diverso modo di intendere il rapporto con il sacro ed il divino rispetto ad una manualistica che, per sua natura, è sempre e comunque al di qua di quelli che sono i sentimenti ed i bisogni reali della persona umana. Si rileggano con attenzione i due testi che più hanno fatto scalpore nel corso dell’ ultimo anno, il colloquio con lo scienziato Ignazio Marino sulle questioni della bioetica e la riflessione sulla fine della vita, l’eutanasia e l’accanimento terapeutico originate anche dal doloroso caso Welby.

In nessuno di essi il Cardinale si allontana dalla verità di fede, che anzi richiama come fonti di riferimento primarie per lui, ma nello stesso tempo egli è anche il primo a rendersi conto delle complicazioni, dei dubbi, delle difficoltà delle persone, di quelle “zone grigie” che esistono nella vicenda umana che solo qualche inquisitore mancato può pensare risolte per sempre da una chiara definizione (nemmeno di un’ enciclica pontifica, talvolta basta un articolo su qualche giornale più o meno devoto anche se più o meno ateo).

Una riflessione particolare mi piacerebbe dedicare in altra sede alla particolare cifra interpretativa del pensiero sociale del Cardinale che è quella della “città”, che egli evidentemente ha mutuato da altri, ed in particolare da Giuseppe Lazzati che considerò ed onorò come un maestro, ma che ha saputo interpretare creativamente a partire dalla sua disciplina di biblista, indicando con chiarezza che la città è dove gli uomini si incontrano fra di loro e possono incontrare Dio anche nell’esperienza quotidiana della condivisione, e che la novità della Parola sta proprio in questo rinnovare tutti gli aspetti della vita umana, anche nel quadro della relazione politica e sociale, assumendo il punto di vista del debole e del povero.

Credo quindi si possa dire, nel fare sinceri auguri a questo gigante del nostro tempo, che se il Cardinale Martini è stato ed è tuttora un punto di riferimento per l’opinione pubblica non solo cattolica non è perché egli dice alla gente quello che essa vuole sentirsi dire, ma perché sa ascoltare,e rispondere con fermezza ma anche con carità, dimostrando  -come argomenta l’insospettabile sito dei “Papa – boys” www.korazym.org – che si può essere maestri di fede e di dottrina essendo capaci di “affrontare la questione senza pensare di essere i soli ad avere in tasca la soluzione”.

Una Chiesa che non sia capace di essere madre, alla fine, rischia di non essere più percepita nemmeno come maestra.

torna su