Orgoglio e pregiudizio
editoriale di marzo 2007 - di Giovanni Bianchi

La crisi di Governo ha messo da lato alcune questioni che fino al giorno prima sembravano importantissime, e la soluzione che a tale crisi si è trovata ha avuto l’effetto di congelarne altre, fra le quali spicca particolarmente quella dei “Di. Co.”, il progetto di legge elaborato dal Ministro della Famiglia Rosy Bindi e dal Ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini per fornire una prima, specifica regolamentazione alle forme di convivenza diverse dal matrimonio., ivi incluse anche quelle fra persone dello stesso sesso.

Di primo acchito resta difficile comprendere le ragioni dell’ immediata levata di scudi della gerarchia ecclesiastica di fronte ad un provvedimento che si limita ad intervenire su alcuni aspetti della disciplina delle successioni e delle forme di assistenza reciproca, estesi non solo ai conviventi affettivamente legati, ma anche a persone che semplicemente condividono gli stessi spazi vitali e per questo possono accedere ad alcuni benefici. Molto meno, come si vede, dei PACS francesi, o delle unioni civili tedesche e britanniche, mentre il matrimonio gay spagnolo è completamente ignorato.

La sensazione tuttavia è che vi sia il timore, da parte dei Vescovi e dello stesso Pontefice, che l’approvazione di questa sia pur ridotta fattispecie legislativa, oltre a legittimare in qualche modo per la prima volta le convivenze omosessuali, di fatto sia il primo passo verso una più generalizzata apertura a modelli di unioni affettive che stravolgano completamente la dimensione tradizionale della famiglia.

A fronte di ciò, e anche al netto di molte inutili provocazioni provenienti ad esempio da settori del movimento gay piuttosto che da alcuni irriducibili anticlericali, è dubbio che la pura e semplice introduzione dei “Di.Co.” possa essere il grimaldello per sovvertire il modello di famiglia tradizionale, per il semplice motivo che tale modello è ormai infranto da diverso tempo.

Tutti gli indicatori statistici più seri confermano il fatto che l’ Italia non solo ha la palma (si fa per dire) della natalità più bassa in tutta Europa, ma è anche il Paese in cui i matrimoni, sia religiosi che civili, sono in netto calo, mentre sono in aumento le unioni extramatrimoniali (spesso feconde di figli, ovviamente fra gli eterosessuali) e le famiglie monopersonali, i cosiddetti “single”. Un sacerdote che è anche un fine operatore sociale, don Vinicio Albanesi, lo ha affermato con chiarezza, da un lato ricordando al Governo che comunque il nostro Paese è il fanalino di coda nelle politiche familiari più elementari, dall’altro ricordando ai Vescovi che il crollo dei matrimoni religiosi e più in generale dell’ istituzione familiare, della sua centralità e della sua continuità non è riconducibile alle azioni di un Governo o di un Parlamento, ma è un sentimento diffuso, che nasce da carenze educative anche da parte della comunità ecclesiale.

In effetti, credo avesse ragione il grande Arturo Carlo Jemolo quando affermava che nelle politiche familiari il diritto segue quasi sempre le realtà di fatto, e lo certifica dati alla mano l’esperto di statistica Roberto Volpi nel suo saggio da poco uscito e provocatoriamente intitolato : “La fine della famiglia”, affermando in sostanza che l’inizio della tendenza alla decrescita dei matrimoni in generale, e all’aumento di quelli civili, si ha con l’ introduzione del divorzio nel nostro ordinamento giuridico, e alla sua successiva conferma da parte dei cittadini con il referendum del 1974. In questo caso, ovviamente, non vale il ragionamento “post hoc, propter hoc” (ossia, in sostanza, che una cosa accade in conseguenza di un avvenimento precedente), perché la legge Fortuna-Baslini, assai moderata per gli standard europei, veniva a scoperchiare situazioni familiari insostenibili, registrando un mutamento di costume che era omai incipiente. E siccome ovviamente la famiglia cui pensavano i costituenti del 1946 formulando l’art. 29 era diversa da quella normata nel 1975 dal nuovo diritto di famiglia, e quella del 1975 è ancora diversa da quella odierna, è chiaro che esistono dei margini di aggiustamento di una realtà giuridica che solo in parte coincide con quella effettiva.

Ciò non toglie che la famiglia possa e debba stare al centro di una seria politica sociale, ma è per l'appunto compito del legislatore stabilire che cosa sia o non sia famiglia , ed il suggerimento di Volpi di considerare tali tutte le unioni che sono aperte alla procreazione è un buon indicatore di massima: questo evidentemente implica anche un ragionamento distinto, anche se non penalizzante, rispetto alle unioni omosessuali.

E’ sicuramente nel vero il priore di Bose Enzo Bianchi quando ( “Repubblica “ del 28 febbraio) invita credenti e non credenti ad uscire dalla logica delle scomuniche reciproche, accettandosi a vicenda e riconoscendosi anche le rispettive forme di spiritualità, invitando in particolare i credenti a non cedere alle lusinghe di chi, senza credere a Cristo né al Vangelo, proclama la sua feldetà tutta ideologica e strumentale ad una Gerarchia che vorrebbe ridurre ad “instrumentum regni”.

Con alleati del genere si può vincere (forse) qualche battaglia, ma si perde la credibilità.

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