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La vicenda umana di Nino Andreatta si era chiusa ben prima della sua morte sopravvenuta il 26 marzo scorso,in quanto il silenzio e le tenebre erano calati su di lui in quella maledetta sera del dicembre 1999 quando all’ improvviso egli si accasciò sui banchi di Montecitorio durante il dibattito sulla legge finanziaria.
Caduto sul campo si potrebbe dire, sul duplice campo dell’ economia e della politica che furono la passione ed insieme la missione della sua vita, di quella vita straordinaria che Nino percorse a larghe falde e divorò a grandi bocconi, come era nella sua natura impetuosa ed insieme riflessiva, un grande corpo a servizio di una grande mente, “ la più grande che io abbia mai incontrato” disse con vero turbamento Giuliano Amato.
Nella vita politica Nino non portò soltanto la sua dottrina ed il suo rigore, ma soprattutto la forza dei suoi ideali, che potrebbero riassumersi nella ricerca delle modalità migliori per la modernizzazione del nostro paese. In un’ epoca di riformismi più o meno immaginari Andreatta fu un riformista vero, nella scia dei suoi maestri naturali come Lombardini, Vanoni, Saraceno, di coloro cioè che, provenendo da una corposa tradizione sociale del cattolicesimo italiano, riuscirono negli anni della ricostruzione prima e del primo centrosinistra poi a definire pazientemente gli architravi delle riforme possibili in un contesto segnato da lotte sociali accese e dalla logica ferrea della guerra fredda.
La stessa scelta di lasciare l’ Università cattolica per assumere un incarico nella neonata Facoltà di Sociologia di Trento, fortissimamente voluta da quell’altro grande, misconosciuto riformista che fu Bruno Kessler , fu da parte sua l’espressione della volontà di accettare una sfida, di aprire un confronto serio con le nuove generazioni in una fase complessa di cambiamento della società italiana.
Il suo sodalizio con Aldo Moro, in cui la pazienza ed il senso del possibile dello statista contemperavano l’esuberanza dello studioso, il quale faceva le sue prime prove di avvicinamento all’ attività politica che lo avrebbero portato presto ad assumere delicate mansioni, fra cui la guida del Ministero del Tesoro negli anni difficili della crisi della P2 e del Banco ambrosiano. In quel momento egli mostrò tutto il suo rigore ed il suo straordinario senso dello Stato rifiutando di avallare gli errori e i malestri della dirigenza dello IOR, la banca di proprietà del Vaticano. Non credo di svelare un segreto se dico che la lunga vacanza ministeriale che gli venne inflitta dal 1982 in poi sia stata in qualche modo causata da un imprecisato veto sulla sua persona.
Ma la forza d’ animo ed il genio di Nino si manifestarono durante la crisi terminale della DC, quando venne richiamato in servizio prima come Ministro degli Esteri e poi come Capogruppo alla Camera del neonato PPI. In quella fase Nino non si perse a ricordare quanto per tempo lui e poche altre cassandre avessero messo sull’ avviso rispetto al degrado morale e politico della cosiddetta Prima Repubblica, ma seppe cogliere per tempo l’emergere di una nuova fase di antipolitica incarnata da Silvio Berlusconi, in cui tensioni cesaristiche si sommavano a calcoli padronali e a meschini interessi privati che venivano sovrapposti all’ interesse del Paese.
Andreatta, bolognese d’ elezione, aveva assimilato a modo suo la lezione di Giuseppe Dossetti, mescolando in una miscela probabilmente irripetibile il sostanziale keynesismo del suo ambiente di provenienza con una solida convinzione nella bontà del modello dell’ economia di mercato da contemperare in base ad esigenze sociali. Solo che lui non dava valore di istanza sociale alle pressioni delle lobbies e dei mille interessi di bottega che paralizzano l’economia e corrompono lo Stato.
Il suo intervento, insieme a quello di Nicola Mancino e, in tutta modestia, al mio, fu decisivo per convincere il suo amico e discepolo Romano Prodi che non riuscì mai a dargli del “tu”- ad accettare la guida della coalizione che nasceva dalla collaborazione fra i Popolari ed i Progressisti, quello che poi sarebbe divenuto l’ Ulivo, così come si deve anche alla sua paziente opera di tessitura il superamento dell’ equivoco che aveva portato alla guida del PPI il clerico moderato Rocco Buttiglione.
E’ stato ripubblicato in questi giorni il suo intervento al IV Congresso del PPI che si svolse a Rimini nell’ ottobre 1999, poche settimane prima del tragico ictus che lo colpì, in cui in qualche modo Nino prefigurava quel partito democratico che ora con tante difficoltà sta nascendo.
A noi manca la sua passione, il suo coraggio, la sua determinazione, che ci rimangono come un esempio cui ispirarci per i giorni difficili e complessi che sono davanti a noi.
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