Perché "Persona e Comunità"
editoriale di giugno 2007 - di Giovanni Bianchi

Ha preso avvio, parallelamente alla fase costituente del Partito Democratico, la vita di una nuova associazione chiamata “Persona e comunità” che in tale processo vuole entrare a pieno titolo. Perché una nuova associazione? E chi ne sono i promotori? Diciamo che i promotori sono alcuni di coloro che si riconoscono in una particolare tradizione del cattolicesimo italiano, che è quella del cattolicesimo democratico e sociale, una corrente di pensiero religioso, culturale e politico che pur non essendo mai, nei numeri, maggioritaria nella storia di questo Paese, ha spesso condizionato, nelle idee, in modo decisivo la sua storia, poiché è riuscita ad incidere sugli snodi fondamentali di questa storia, facendosi cultura di governo senza dimenticare di essere cultura critica. Una cultura, inoltre, che ha saputo dialogare con soggetti diversi e trovare sintesi preziose all’interno dello stesso mondo cattolico, cui è sempre stata saldamente ancorata.

C’erano sicuramente molti più intransigenti e clerico–moderati che seguaci di Murri, all’inizio del XX secolo, ma oggi è di Murri che ci si ricorda, e se qualcuno scrive ancora di Paganuzzi è perché si scontrò con Murri. C’erano sicuramente molti più potenziali seguaci del clerico–fascismo che popolari autentici nel PPI sturziano, ma Sturzo rimane nella storia, Cavazzoni e Martire no. A questo proposito mi piace ricordare che tra quei pochi, tra i dieci firmatari il 18 gennaio del 1919 dell’appello ai “liberi e forti” c’era il nostro Achille Grandi, che non ebbe mai dubbi sulla sua collocazione, ma non fu mai, ugualmente, uomo di parte. Il doroteismo rappresentava certo l’anima profonda della Democrazia Cristiana – cui anche le ACLI contribuirono non poco, basti pensare a due dirigenti di spicco aclisti quali Mariano Rumor ed Emilio Colombo –, ma senza il ruolo da guastatori dei basisti, dei forzanovisti, e insieme a loro dei sindacalisti e, se permettete, degli aclisti, per tacere delle geniali mediazioni di Aldo Moro, tale anima profonda sarebbe rimasta sterile nel suo moderatismo, e la vita democratica del Paese ne avrebbe non poco sofferto.

Taluni ritengono che questa corrente di pensiero si sia esaurita, che essa abbia più o meno positivamente inciso sulla vicenda storica del nostro Paese ma che, all’ indomani del sostanziale riconoscimento della libertà di voto dei credenti in un quadro bipolare, essa sia del tutto inutile in quanto troppo legata ad una fase politica precedente, ormai conclusasi, in cui di fatto fungeva da “ponte” fra il mondo cattolico e le componenti riformiste e democratiche della sinistra. La secolarizzazione in questo c’entra, ma solo fino ad un certo punto, nel senso che indubbiamente le ragioni storiche della presenza di partiti di ispirazione cristiana sono assai più debole nel momento in cui il cristianesimo diventa minoranza nella società.

Non dimentichiamoci però che i partiti cattolici nascono nella società industriale proprio nel momento in cui il cristianesimo cessa di diventare humus sociale e culturale condiviso, e si esprimono in primo luogo come esigenza di difesa degli interessi costituiti della Chiesa e dei credenti. Solo dopo, e grazie all’ influenza di personalità di spicco e particolarmente illuminate come Sturzo, Sangnier ed Erzberger, tali partiti evolvono nel senso di un moderno ideale democratico e cristiano, e cominciano a diffondere l’ idea che il sistema democratico è il migliore fra quelli possibili, che il credente deve difendere i diritti di tutti e non solo quelli della Chiesa, e che esistano anzi dei diritti innati dell’uomo che vanno promossi indipendentemente dal sesso, dalla razza e dalla religione cui si appartiene.

Ora siamo in quella che altrove abbiamo chiamato la quarta fase, ossia il superamento di quel periodo storico che era incentrato sull’esistenza di partiti di ispirazione cristiana (ai quali comunque non tutti i credenti davano la loro adesione ed il loro voto), e l’ ingresso in una realtà complessa in cui c’ è la possibilità di una regressione o di un avanzamento. Regressione può essere, per l’ appunto, la tentazione gentiloniana, il ritenere che il ruolo dei credenti in politica sia la tutela degli interessi ecclesiastici: il gentilonismo, lo dico per transenna, può essere una tentazione a destra come a sinistra, specie per chi ha dimenticato o non ha mai conosciuto la lezione del popolarismo e gli strumenti critici del cattolicesimo democratico.

Oppure si può entrare in campo aperto, si può accettare fino in fondo la sfida della post modernità e si può decidere di vivere la propria ispirazione cristiana in politica non dimenticando né rinnegando il passato ma aprendosi ad una concezione più complessa. La fede cristiana, rilevava Emmanuel Mounier, è il cuore e il nucleo naturale della rivolta della persona contro il regno della violenza, purché assuma consapevolezza di essere essa stessa parte in causa, e all’ “affrontement” della modernità faccia riscontro un “engagement” a favore dell’uomo: in presenza delle dottrine moderne non è tanto il cristianesimo a finire, quanto piuttosto si annuncia la “fine di una cristianità, del regime di un mondo cristiano ormai corroso, che rompe gli ormeggi e va alla deriva, lasciando dietro a sé i pionieri di una nuova cristianità”. Non solo qui vi è un presentimento del rinnovamento indotto dal Concilio Vaticano II, ma consapevolmente, in anni in cui il tema della “teologia del laicato” era ancora informe, c’ è l’espressione di una “fede adulta” da viversi in pienezza di responsabilità e di condivisione con tutti, assumendo in prima persona i rischi connessi con una società complessa in cui il trapasso fra la “vecchia” e la “nuova” cristianità rimane indeterminato.

Ecco dunque riemergere il problema, come scriveva poco prima della morte -recentemente avvenuta- Paul Ricoeur, della “fondazione” della democrazia, che si intende come “metafora forte” poiché “parla d’architettura, di costruire e di abitare, cosa che si fa originariamente in molti” . Ed ecco quindi che “dopo la fine del teologico-politico rivisitato, c’è forse un tempo per il contributo degli spirituali, fra gli altri dei cristiani, alla risimbolizzazione del politico […] nel quadro di una laicità aperta. Cofondatori, ecco quanto possiamo augurarci di restare o diventare” .

Non è un caso del resto che la questione del fondamento della democrazia sia stata oggetto di discussione e di ricerca di possibili convergenze da parte di due pensatori di ispirazione tanto diversa come l’allora cardinale Joseph Ratzinger e Jürgen Habermas presso l’Accademia cattolica di Monaco di Baviera nel gennaio 2004. In quella circostanza, l’ultimo epigono della Scuola di Francoforte, pur continuando a ritenere autosufficiente un fondamento puramente politico dello Stato di diritto, si è mostrato sensibile alla necessità di una fondazione oggettiva dell’ethos pubblico, riconoscendo alla religione, spogliata dalla pretesa di autorità, una forma di critica delle patologie sociali della modernità.

Dal canto suo il Card. Ratzinger apprezzava la formula habermasiana dell’“apprendimento reciproco” tra fede e ragione, e giungeva a definire “strumento inefficace” la concezione del diritto naturale come ponte tra fede e ragione laica, in quanto definitivamente ridimensionata dalla teoria evoluzionista ormai sostanzialmente accettata anche dalla Chiesa cattolica, reclamando però la necessità di contestualizzare anche la secolarizzazione all’interno del paradigma occidentale messo in crisi dall’emergere di nuove istanze religiose ed etiche .

La mia sensazione è che nella fase attuale, dominata da un’evidente materialismo mercantile, che spinge ad un ruolo egemone l’economia, e ancor più la finanza, rispetto ad altri motori di costruzione del vivere civile, richieda scelte e pensieri forti, e soprattutto, come ci ricorda spesso il Papa Benedetto XVI, va in ogni caso sottolineata e difesa la centralità della persona umana contro tutti gli “idola fori” del nostro tempo, sia quelli di uno Stato invadente e pesante sia quelli di un mercato privo di senso morale, sia di tutti e due insieme, si pensi alla Cina e alla Russia di oggi. A tutto ciò può e devono rispondere laici adulti e responsabili formati alla lezione dell’ associazionismo italiano e inseriti in una tradiziona culturale e politica vivente.

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