Le parole di Veltroni
editoriale di luglio 2007 - di Giovanni Bianchi

L’ intervento con cui  Walter Veltroni ha ufficializzato nella storica ambientazione del Lingotto, nel cuore operaio di Torino, la sua scelta di concorrere per la segreteria del costituendo Partito Democratico sintetizza la potenziale novità di questa fase storica nel panorama politico italiano.

Nessuna leadership più di quella di Veltroni è apparsa tanto annunciata ed in qualche misura inevitabile prima ancora che i confini ideologici ed organizzativi del partito che egli si candida a guidare (a prima vista senza veri e propri rivali) siano nettamente definiti. Tuttavia, questo particolare che lascia sconcertati non pochi osservatori appare in qualche misura quello ideale per il Sindaco di Roma, che nel corso di questi anni ha praticato disinvoltamente il melting pot, il sincretismo culturale e per certi versi religioso che è forse un elemento necessario per governare una realtà complessa ed universale come quella della Città Eterna, ma che risponde ad una necessità interna di questo personaggio a più dimensioni, di lontane matrici cattoliche (il padre, Vittorio Veltroni, giornalista democristiano, fu il primo direttore del Telegiornale), che è riuscito con abilità a far dimenticare la propria militanza comunista, che ha fatto dell’ “Unità”, nei quattro anni della sua direzione, una fucina intellettuale che gli ha permesso di interloquire con soggetti culturali e politici di matrice distante dalla sua, coltivando nel contempo le sue particolari passioni (l’ America, il cinema, la musica, la letteratura ..), che poi declinò come Vicepresidente del Consiglio e Ministro della Cultura nel primo Governo Prodi, per poi giungere alla guida del suo partito, i DS, cercando - in  verità senza troppa fortuna - di farne il primo embrione del PD, approdando poi al Campidoglio come al luogo ideale per darsi una patina di universalità, sfruttando appieno tutte le occasioni di visibilità (come quella straordinaria delle mobilitazioni in occasione della morte di Giovanni Paolo II e dell’elezione del nuovo Pontefice, la cui gestione gli valse i pubblici ringraziamenti di Benedetto XVI), mantenendo il distacco dalla cucina politica e nello stesso tempo tessendo, in vista della sua trionfale rielezione nel maggio 2006 (oltre il 60% dei voti al primo turno) una sorprendente rete di alleanze che andava dagli ultrà di sinistra espulsi dalla stessa Rifondazione comunista ai “moderati” capeggiati dal noto opusdeista Alberto Michelini (ex deputato di Forza Italia).

Certamente proprio questo eclettismo è stato uno degli elementi di maggior sospetto nei confronti di Veltroni da parte di larghi settori dell’ establishment ex comunista, che in sostanza  gli hanno sempre preferito Massimo D’Alema per la superiore solidità culturale e per la chiarezza di impostazione politica.

Non è un caso del resto che amplissimi settori dell’altro socio fondatore del nuovo partito, la Margherita, abbiano prontamente reagito con entusiasmo alla candidatura del Sindaco di Roma, al punto che Dario Franceschini ha dichiarato che lo avrebbe votato anche contro esponenti del suo partito di provenienza, ottenendo  una sorta di investitura a “numero due” del PD, in un ticket che ora aspira alla guida del nuovo partito, ma un domani potrebbe essere la nuova accoppiata al Governo del Paese. Non è un caso del resto che Veltroni, pur essendo sempre stato assai riservato sulle sue convinzioni religiose, abbia un profilo che lo rende immediatamente simpatetico rispetto ai cattolici democratici, come ha dimostrato la sua sensibile introduzione alla recente riedizione dei discorsi di Giorgio La Pira pubblicata dalle Paoline con il titolo “Il sentiero di Isaia”, o il gesto simbolico di recarsi alla tomba di don Milani a Barbiana come prima a quella di Dossetti a Monteveglio.

E tuttavia l’ intervento torinese, proprio per il fatto di volersi attenere alle “speranze” e non ai “sogni” degli Italiani ha permesso di udire un linguaggio nuovo, in cui l’agenda del Paese, dal lavoro alla sicurezza, dalla legalità allo sviluppo, è stata rideclinata in una prospettiva più ampia, con un linguaggio popolare ma senza soverchie concessioni ai luoghi comuni, anche a quelli del realismo politico - economico corrente. In particolare, la sottolineatura della necessità di un a lotta sistematica al precariato, oltre a far giustizia di tutte le chiacchiere circa la flessibilità più o meno sostenibile, fa anche chiarezza sul netto profilo progressista del nuovo soggetto politico, che si farà carico dei problemi e dei bisogni in particolare delle giovani generazioni.

Senza volersi perdere in una impossibile venerazione dell’ “uomo della Provvidenza”, si può certo dire che l’ uomo abbia quelle qualità di leadership che sono necessariamente alla base di una politica democratica, e che può dare fiato e prospettiva ad una forza di governo per il XXI secolo.

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