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Il 1 agosto 1917, esattamente novant’anni fa, il papa Benedetto XV , mentre l’ Europa ed altre parti del mondo erano insanguinate dalla grande carneficina iniziata tre anni prima, che non cessava a diminuire nonostante l’ evidente stanchezza degli eserciti e delle opinioni pubbliche delle varie Nazioni impegnate nel conflitto, emanava una “Nota diplomatica” rivolta ai Governi belligeranti che veniva però contestualmente quasi subito resa di pubblico dominio.
La Nota ebbe un grande valore ed un impatto che si può ben definire universale, sia sotto il profilo della forma che sotto quello dei contenuti. Infatti, essa innovava una prassi costante della diplomazia, in particolare di una diplomazia secolare e prudentissima come quella vaticana (ai cui ranghi il futuro Papa, mons. Giacomo della Chiesa, aveva appartenuto prima di esserne allontanato ai tempi di Pio X e del suo onnipotente Segretario di Stato Merry del Val), quella cioè di tenere riservati documenti di grande delicatezza come la Nota indubbiamente era. La scelta di rendere pubblico questo documento indicava come questo Pontefice che molti consideravano giunto un po’ casualmente sul soglio di Pietro avesse invece ben chiaro che il progresso dei tempi, la crescita dei sistemi democratici ed in qualche misura la stessa esperienza di massa della guerra mondiale avessero seppellito una volta per tutte la tradizionale diplomazia cortigiana e avesse fatto dell’ opinione pubblica un attore indispensabile e necessario delle vicende politiche, in grado di influire anche su sistemi autocratici come largamente erano alcuni di quelli delle potenze in guerra.
Ma il secondo elemento, quello di sostanza, era ancora più dirompente perché di fatto metteva la Chiesa in una posizione totalmente “terza” rispetto alle cause del conflitto, e di fatto ne negava anzi ogni valore riassumendolo sotto la definizione, che avrebbe suscitato molto scalpore, di “inutile strage”. In un colpo solo, in sostanza, il Papa demoliva la pretesa nazionalistica di dare un valore di tipo morale o, peggio ancora, religioso, alla continuazione della guerra, ed in qualche modo iniziava, lui intellettuale formatosi alla più stretta scuola tomista, a mettere in dubbio, se non a smantellare le fondamenta del principio della “guerra giusta”, rilevando come la guerra moderna, in cui i civili non godevano di alcun rispetto ed in cui le forze delle armi distruttive erano cresciute in modo esponenziale, rendessero sempre più inaccettabile il proseguire di un conflitto che, oltretutto, veniva condotto dai comandi militari con una totale indifferenza ai costi umani.
Il Papa perciò sosteneva la necessità di un’ immediata cessazione delle ostilità e di un negoziato paritario fra le potenze in guerra che portasse ad una giusta ed equa risoluzione delle controversie territoriali, ristabilisse l’ integrità territoriale degli Stati che l’ avevano perduta, come il Belgio e la Serbia, e soprattutto non fosse animata da una volontà persecutoria dei vincitori sui vinti.
La Nota venne sostanzialmente lasciata cadere, ed anzi produsse notevole sconcerto ed irritazione negli ambienti politici e militari, al punto che in Francia Benedetto XV venne ribattezzato “le Pape boche”, il “Papa crucco” , mentre in Germania veniva chiamato “il Papa francese”, e negli ambienti militari italiani si parlava apertamente di “impiccare quel traditore”, e l’ interventista Benito Mussolini scagliava violenti e blasfemi insulti contro la Santa Sede dalle colonne del “Popolo d’ Italia” provocando la scandalizzata reazione del cardinal Ferrari.
Il fatto è che nemmeno fra i cattolici l’ innovativo punto di vista del Pontefice veniva al fondo bene accolto, poiché anche nei credenti di maggiore tempra e profondità intellettuale (si vedano i diari ed i carteggi privati di Bloy e di Loisy, per rimanere in Francia) , la dimensione nazionalistica prevaleva su quella religiosa, e si identificava il trionfo del diritto (e magari anche di Dio) con quello delle proprie armi. La Nota cadde quindi nel vuoto, la guerra proseguì per altri , terribili quindici mesi, fino alla disfatta e allo smembramento degli Imperi centrali, a Versailles i vincitori imposero ai vinti una pace disonorevole ed onerosa che fu l’ humus ideale per le dottrine totalitarie che portarono poi al secondo traumatico conflitto mondiale poco più di vent’anni dopo.
Ricordiamo questi fatti lontani perché recentemente l’ attuale Pontefice , successore ed omonimo dell’ estensore della “Nota” , ne ha fatto oggetto di riflessione in due “Angelus” di questo periodo estivo, traendo spunto dal coraggioso atto di Papa della Chiesa per trarne una lezione di oggi.
E la lezione è semplicissima: la corsa agli armamenti è immorale, ogni guerra è ingiustificata e comunque le trattative sono da preferire ad ogni tipo di conflitto, mentre deve essere combattuta la proliferazione dell’ energia nucleare come strumento di distruzione di massa (ed in questo senso, tanto per esser chiari, non vi sono armi atomiche più o meno immorali di altre). Di fatto, sia pure in un contesto che non si può certo definire magisteriale come quello di un’allocuzione della domenica mattina, Benedetto XVI ha ricapitolato brillantemente le verità in qualche modo intuite dal predecessore del quale ha voluto assumere il nome, avendo alle spalle anche il solido riferimento dell’ insegnamento conciliare, per cui nessuna guerra può al fondo considerarsi moralmente fondata, ed ovviamente nessuno può impunemente invocare il nome di Dio per giustificare la violenza e la sopraffazione.
Si dimostra così che non è tanto importante vedersi subito riconosciuta la ragione, ma perseverare in un cammino anche aspro e difficile per affermare ciò in cui si crede, specie se si ha la coscienza di operare in nome della giustizia e del diritto contro tutte le inutili stragi.
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