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Il 3 settembre 1982 un commando di killer di Cosa Nostra uccideva a Palermo il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, da pochi mesi Prefetto del capoluogo siciliano, e con lui la giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
Il brutale assassinio di uno degli uomini più conosciuti e rispettati del Paese, dell’investigatore che aveva messo in ginocchio il terrorismo delle Brigate rosse, ebbe l’effetto di dare una scossa, di mettere in evidenza sotto gli occhi di tutti, anche di coloro che avrebbero preferito non vedere, che la mafia non era un elemento folkloristico della realtà siciliana, un fenomeno rurale destinato a spegnersi a contatto con lo sviluppo sociale ed economico, ma un vero e proprio elemento strutturale della società che diventava parte integrante della politica, dell’economia, e che era in grado di far blocco con larga parte di questi altri settori sociali nei confronti di chi intendeva, come il Generale, avviare una grande strategia di contrasto (e in questo senso non posso che rimandare per intero alle pagine che, con strazio umano e acribia di ricercatore, dedicò a questa vicenda il figlio Nando nel libro “Delitto imperfetto”).
La morte di Dalla Chiesa (preceduta peraltro qualche mese prima dall’assassinio del Segretario del PCI siciliano Pio La Torre), e quella, l’anno successivo, del Consigliere istruttore Rocco Chinnici, rappresentarono in qualche modo uno spartiacque perché permisero al pool antimafia costituitosi sotto la regia di Antonino Caponnetto e l’alacre attività di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di mettere a segno colpi durissimi contro il potere mafioso utilizzando le armi che la nuova legislazione (la legge denominata appunto Rognoni La Torre) metteva loro a disposizione, in particolare la gestione dei pentiti e la sistematica pressione sul potere economico di Cosa Nostra, iniziando a fare luce sui contatti fra la mafia ed il potere politico (i quali in realtà erano tutt’altro che segreti: il potere mafioso è pubblico, anche se non sempre esperibile sotto il profilo giudiziario).
Poi, una nuova fase di stasi, la liquidazione e la dispersione del pool dopo l’ imboscata che nel CSM impedì a Falcone di prendere il posto di Caponnetto dimissionario, segnata oltretutto da una recrudescenza della strategia “militare”delle cosche mafiose vincenti, i cosiddetti “corleonesi” , che prima colpirono le frange politiche più compromesse e poi alzarono il tiro passando alla liquidazione dei loro più inflessibili avversari all’interno della magistratura quali appunto Falcone e Borsellino. E’ all’ interno di questo delirio stragista che si collocano episodi come quelli dlele bombe di via dei Georgofili a Firenze, di San Giorgio al Velabro a Roma e del PAC a Milano, in cui l’evidente responsabilità della manovalanza mafiosa si mescolò con elementi ancora oscuri, in particolare per quel che concerne le responsabilità di settori dei servizi segreti forse anche di elementi del mondo politico.
L’arresto dei maggiori capi delle cosche corleonesi (Riina, Bagarella e, in ultimo, Provenzano) segnò una lunga fase di relativa inerzia dell’ attività mafiosa, laddove tuttavia tale inerzia deve essere correlata alla strategia dei delitti eccellenti degli anni Ottanta e Novanta i quali costituirono in ogni caso l’eccezione e non la regola del comportamento abituale della mafia la quale si vuole come elemento di tutela di una “pace” basata sull’omertà e sull’intimidazione, per cui il ricorso alla violenza aperta poteva rappresentare un elemento di turbativa e non di forza, attirando eccessivamente l’attenzione degli inquirenti e della pubblica opinione.
E tuttavia, è difficile liberarsi dalla sensazione, ricavata anche da recenti risultanze investigative non meno che dalle più serie indagini giornalistiche, che sia in corso la riorganizzazione del potere mafioso in forme discrete ma non meno pervasive, soprattutto in settori complessi e delicati come quelli degli appalti pubblici, così come nello stesso tempo appare evidente che sono già state riaggiornate le modalità della collusione con il mondo politico, con la differenza beninteso che prima della stagione delle grandi stragi il politico colluso non aveva alcun problema a farsi vedere in giro con persone notoriamente organiche alle cosche, mentre sono d’obbligo la discrezione e anche un certo grado di retorica antimafiosa a buon mercato per salvare le apparenze.
Il vero problema, quindi, sta nel fatto che in questo Paese la lotta contro la mafia (o le mafie: al di là dei nomi più o meno romantici, sono partecipi dello stesso fenomeno sia gli incendiari che hanno devastato la Sicilia sia gli autori della strage di Duisburg sia i protagonisti della quotidiana mattanza nelle strade dello sterminato hinterland napoletano) è stata assunta come questione capitale solo un presenza di fenomeni oggettivamente sconvolgenti per la pubblica opinione come le stragi del 1992/1993, per passare poi in secondo piano nel momento in cui la mafia andava in immersione ed assumendo un profilo più riservato e pericoloso.
Una seria presa di coscienza di quanto tale fenomeno invece tocchi da vicino l’esperienza concreta della realtà sociale e politica del nostro Paese (e non solo di alcune parti di esso, cosa che sarebbe peraltro già gravissima) dovrebbe anche condurre ad un diverso approccio ad una strategia di contrasto che, prima ancora che di natura giudiziaria o poliziesca, dovrebbe essere di tipo educativo e culturale.
A quando il necessario salto di qualità ?
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