Un partito e un maestro
editoriale di novembre 2007 - di Giovanni Bianchi

Il 27 ottobre, con la prima seduta dell’Assemblea costituente e l’elezione alla segreteria nazionale di Walter Veltroni, si è aperta ufficialmente la vicenda politica del Partito Democratico. Lo stesso giorno, nella chiesa romana di Cristo Re un gruppo di familiari e di amici dava l’estremo saluto a Pietro Scoppola, morto due giorni prima.

Fra i due avvenimenti, ovviamente non vi è alcun legame diretto, ma è normale che qualcosa di simbolico sia possibile leggere fra la nascita di quello che si candida ad essere il primo partito italiano e la scomparsa di uno di coloro che ne è stato fra i più tenaci fautori fin dagli anni lontani della vigilia, grazie ad un’opera politica e ad un magistero intellettuale che hanno scarsi riscontri nella storia nazionale.

Si può dire che tutta l’attività di ricerca dello Scoppola storico non sia mai stata disgiunta dalla passione dello Scoppola militante associativo e politico, non nel senso che egli abbia mai piegato i fatti alle sue precomprensioni ideologiche, quanto perché la sua passione autenticamente militante, persino insospettabile in una persona dal tratto tanto signorile e riservato, era per lui una guida attiva nella ricerca dei fatti storici.

In effetti, se oggi possiamo avere una lettura completa ed esaustiva del progetto politico di De Gasperi lo dobbiamo essenzialmente a lui e al filone che lui ha aperto, come pure a lui dobbiamo la certificazione del congedo definitivo da ogni nostalgia di cristianità, che lo spinse ad affiancarsi al vecchio amico e collega Giuseppe Alberigo in quella che fu la loro ultima battaglia pubblica, l’appello ai Pastori della Chiesa italiana affinché non forzassero le coscienze dei credenti impegnati in politica sulle questioni cosiddette eticamente sensibili.

In tal modo Scoppola si raccordava all’altra sua storica battaglia, quella dei cattolici per il NO al referendum sul divorzio, che gli venivano dettate ambedue non da un astratto e preconcetto spirito ribellistico, ma piuttosto dalla sua alta consapevolezza del ruolo della coscienza nella vita e nelle scelte di ogni uomo, ed in particolare del credente, chiamato non a dare risposte preconfezionate e semplicistiche in nome di una morale disincarnata, ma a valutare con serietà e rigore le questioni emergenti per dare ad esse una risposta ponderata ed inclusiva.

Lo stesso si può dire per le sue battaglie politiche, dalla fondazione della Lega democratica al sostegno dello sforzo di rinnovamento della DC condotto prima da Zaccagnini e poi da De Mita, dalla battaglia per la democrazia dell’alternanza e la riforma elettorale fino a quella recentissima per il Partito Democratico del cui “Comitato dei saggi” accettò di far parte.

Proprio quest’ultimo aspetto dell’attività di Scoppola merita di essere approfondito, in quanto costituisce da un lato un approdo coerente ma non scontato di una precisa linea di pensiero, dall’altro indica a noi che rimaniamo un compito specifico in ordine alle responsabilità che ci stanno davanti per l’implantatio e l’animazione del nuovo soggetto politico.

In effetti, solo una profonda disamina della vicenda storica democristiana a partire appunto dalla vicenda politica di De Gasperi – e la sua evidente propensione per quel tipo di progetto fu al centro di un  impegnativo confronto con Dossetti e Lazzati di oltre vent’anni fa, più tardi pubblicato per i tipi del Mulino- poteva permettere a Scoppola di cogliere come la fine irreversibile del regime di cristianità portasse con sé anche la fine irreversibile di ogni forma aggregata di partito di ispirazione cristiana. Era, al fondo, la stessa lezione di Mounier, che ai partiti democratico cristiani guardava come all’ultima efflorescenza di una stagione in chiusura, appunto quella della cristianità, quand’anche si presentasse come soggetto “di sinistra”, aperto ai problemi sociali e alle istanze della modernità.

In questo senso Scoppola, in consonanza con l’ ultimo Dossetti, si distaccava dalla posizione di quanti fra noi diedero credito all’esperimento di Martinazzoli di una nuova stagione del popolarismo, che del resto fallì quasi subito perché venne pensata e gestita semplicemente come un’ennesima fase della tragicommedia democristiana in un contesto che non giustificava più simili nostalgie.

L’ Ulivo, il Partito Democratico erano nella riflessione di Scoppola l’occasione concreta che si presentava ai cattolici democratici per rendere un ulteriore servizio al Paese non suicidandosi –sull’onda di un’antica profezia gramsciana e secondo i vaticini di una destra cattolica che alla DC aveva aderito  per ragioni di opportunità, e che peraltro non ha fatto alcuna fatica a “sciogliersi” nel variegato calderone berlusconiano- ma interagendo in modo più sistematico con le altre soggettività ivi presenti per creare un nuovo pensiero politico condiviso. Di maniera che l’accentuazione dell’ispirazione religiosa diventasse non elemento di separazione ma forma possibile di un’idea veramente laica dell’agire politico, in cui nessuno fosse costretto a censurare se stesso ed il proprio pensiero e cercasse semmai di creare le condizioni per un vero consenso etico fra culture diverse che fondasse a sua volta un pensiero politico strategico, oltre la lunga stagione della transizione e dei tatticismi a buon mercato.

A questo punto per noi si pongono due problemi.

Il primo è, appunto, di natura culturale, nel senso che questo compito di animazione del pensiero politico non potrà trovarci disattenti o ripetitivi, ma dovrà semmai sfidarci a riprendere l’attitudine a pensare politica, a studiare l’evoluzione della società e dell’economia, a riflettere sulle forme complesse del rapporto fra religione e politica e sulle nuove forme della laicità, come pure sulla tematica non sempre facile della fondazione etica della democrazia. Per i cattolici democratici impegnati o vicini al PD potrebbe riaprirsi la grande stagione dei centri culturali, magari senza la pretesa immediata di un coordinamento ma cercando di far discutere e mettere in rete le forze vive fra noi così presenti.

Il secondo problema riguarda il partito, il modo in cui esso va costruendosi. Ottima cosa le pari opportunità uomo e donna e l’apertura ai giovani, e buona cosa anche il ruolo preminente del leader che del resto rispecchia un processo in atto in tutto l’ Occidente. Tuttavia un partito non può esaurire la sua vita democratica nell’elezione del capo, né pensare di aprirsi alla società attraverso meccanismi volontaristici di genere o di età anagrafica che alla fine potrebbero anche risolversi in un meccanismo gattopardesco per lasciare le cose come stanno. Il ruolo specifico dei territori e della militanza, che è tipico di ogni partito europeo, va riscoperto e valorizzato, né si deve aver paura delle correnti (di pensiero politico) perché esse esistono in ogni grande partito popolare.

Cercare di dar risposta a queste esigenze sarà per noi il modo migliore di onorare il ricco lascito umano ed intellettuale di Pietro Scoppola.

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