Le non rinunciabili vie della pace
editoriale di gennaio 2008 - di Giovanni Bianchi

La drammatica notizia dell'assassinio di Benazir Bhutto ha il sapore amaro della “morte annunciata”, visto che fin dal suo primo ritorno in Pakistan nell'ottobre scorso dopo l'esilio durato diversi anni l'ex Primo Ministro era stata salutata da una strage di suoi sostenitori ad opera dei soliti kamikaze che solo per un caso non avevano già stroncato la vita della leader del Partito del Popolo.

I sospetti sulla sua uccisione sono ricaduti immediatamente su Al Qaeda, questa sorta di entità maligna ed inafferrabile che deve la sua fortuna essenzialmente alla copertura mediatica che viene concessa da parte di chi, rifacendosi a questa sorta di clone islamico della “Spectre” ideata da Ian Fleming come mortale nemico dell'agente 007 , si risparmia la fatica di ragionare su scenari complessi in cui nulla appare come è, e i buoni e i cattivi, ammesso che esistano, non hanno i colori precisi che all'immaginazione popolare piace credere, ma si stemperano continuamente in una grigia ambiguità.

In ultima istanza, Al Qaeda, che nella sua ispirazione originaria è un fenomeno essenzialmente arabo, anzi saudita, motivato dal contenzioso fra Osama bin Laden ed i suoi antichi protettori a Riad  (e a Washington), non è la stessa cosa dei talebani, che sono invece un prodotto del fanatismo di alcune scuole islamiche afghane in esilio e dei servizi segreti pakistani ben decisi a servirsi di quelle utili marionette per dominare i riottosi signori della guerra del Paese confinante, anche qui su non troppo remota ispirazione della CIA (e sembra che sia una sorta di maledizione per gli USA quella  per cui nella metà del loro tempo debbono fabbricare dei fantocci che per l'altra metà debbono cercare di abbattere). Solo un grave errore strategico statunitense e pakistano poté spingere due soggetti tanto distanti culturalmente ed etnicamente a saldarsi in un fronte comune, e non è un caso che le ambiguità di strategie e tattiche politiche non sempre convergenti si siano spinte fin oltre il limitare della cosiddetta “guerra contro il terrore” se è vero, come sembra, che nelle stesse ore in cui le Twin Towers crollavano sotto l'attacco degli attentatori legati, sempre a quanto sembra, a bin Laden, un'operazione congiunta dei talebani e dei servizi segreti del generale Musharraf uccideva Ahmed Massud, il guerrigliero tagiko che era una spina nel fianco sia per gli “studenti islamici” che per la strategia del governo di Islamabad in Afghanistan.

Non ha dunque torto Renzo Guolo (“Repubblica” del 31 dicembre) quando afferma che il caos in cui il Pakistan sembra precipitare dopo l'assassinio della Bhutto sia l'espressione del totale fallimento della strategia statunitense degli ultimi otto anni, che nello scenario dell'Asia centrale si è basata prima su di un legame ferreo con il governo militare di Musharraf, chiudendo gli occhi sulla sua essenziale carenza di democraticità e sui legami fin troppo evidenti con le frange estreme dell'islamismo radicale militante, poi ripescando la Bhutto dall'esilio e dall'infamia delle accuse di corruzione per cercare di imprimere una svolta “democratica” che, nelle pietose condizioni in cui versa il Pakistan, sembra più una pia petizione di principio che una possibilità concreta.

E nello stesso tempo per gli USA il rapporto con il Governo di Islamabad è di vitale importanza, in quanto tutti gli altri principali attori dello scenario centro -asiatico (Russia, Cina, India) si muovono in proprio, ed il loro doppio status di potenze nucleari e di economie in forte espansione li rende relativamente impenetrabili alle tradizionali forme di pressione. Ciò significa che se il governo del Pakistan (anch'esso divenuto da poco una potenza nucleare in un contesto generale di pericolose ambiguità) dovesse passare, per via elettorale o per un colpo di Stato sempre possibile, a soggetti ostili agli USA, non solo sarebbe praticamente impossibile ipotizzare a quel punto una qualsiasi credibile exit strategy dal vicolo cieco afghano, ma l'intero fianco orientale della strategia statunitense nel Medio Oriente rimarrebbe scoperto con conseguenze incalcolabili, se solo si considera che le ottimistiche previsioni sul controllo del territorio iracheno da parte dei nuovi governanti di Baghdad e delle truppe di occupazione vengono giornalmente smentite dalla recrudescenza degli atti di guerriglia.

Abbiamo quindi sotto i nostri occhi le macerie di una strategia, quella dell' unilateralismo “imperiale” teorizzato dai “neo-con” e praticato senza troppa intelligenza da George W. Bush, che lascia il mondo ben più insicuro di quanto non lo fosse quando l'ex Governatore del Texas inaugurò una presidenza cui con ogni probabilità non aveva nemmeno diritto al netto delle manipolazioni elettorali di suo fratello in Florida. La guerra preventiva, il predominio della cultura occidentale, il ripudio delle strategie della “vecchia Europa” e le altre chiacchiere ideate da guerrieri da tavolino le cui teste si sono poi ammonticchiate nel cesto della vergogna per incompetenza politica (Rumsfeld) o per scandali di ordine finanziario (Wolfowitz) o spionistico (Rove, Libby), si sono rivelati fonte di altrettanti disastri, e si vede oggi quanta ragione avessero coloro che, fra i lazzi generali, ammonivano non essere la guerra la strada migliore per risolvere le controversie internazionali.

La fine della guerra fredda ha reso il mondo non meno, ma più pericoloso del passato, proprio perchè l'assenza di un codice condiviso e di un equilibrio di poteri non ha fondato alcuna nuova visione politica. A ciò si aggiunga, come ha rilevato ad esempio Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2008, che il sommarsi delle questioni strategiche con le problematiche della tutela ambientale, dell'equa redistribuzione delle ricchezze e delle fonti energetiche, della rinuncia alla logica del profitto come unica legge economica possibile, della crescita incontrollata della corsa agli armamenti, rischia di costituire una miscela esplosiva di cui ancora non siamo in grado di valutare pienamente le implicazioni.

E' forse giunto il momento di considerare irrinunciabili le vie della pace, dello sviluppo, della giustizia sociale, e di trovare il modo di rendere esigibili per tutti i popoli i diritti sanciti solennemente in documenti ufficiali ma che per molti, per troppi, sono ancora confinati nella carta su cui quei documenti vennero scritti.

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