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Il 30 gennaio 1948 un militante nazionalista indù di nome Nathuram Godse uccideva, durante una cerimonia religiosa, colui al quale l’ India ed il mondo intero si rivolgevano con il nome di Mahatma, la “grande anima”, Mohandas Karamchand Gandhi, stroncando un’esistenza straordinaria che riuscì a compiere un’opera ancora più straordinaria.
In effetti, leggendo con attenzione le tappe della sua esistenza c’è di che avere la vertigine, nel senso che nulla predestinava quel ricco discendente di bramini ad essere l’uomo che non solo avrebbe riscattato la nazione indiana dal lungo dominio inglese, ma avrebbe anche contestato alla radice il sistema delle caste, affermando che tutti i figli dell’ India, che fossero di matrice indù, musulmana, sikh, parsi o anche cristiani ed ebrei dovevano riconoscersi nel loro destino comune.
Non serve ricordare che quella lezione è stata tanto poco capita e forse dimenticata al punto tale che fu un correligionario del Mahatma, non un inglese né un musulmano, a spegnere la sua vita, come del resto non serve sottolineare le ancora stridenti contraddizioni sociali e politiche che dominano il subcontinente indiano, così lontane dall’utopia della giustizia sociale come rifiuto della diffusione della violenza (che è al fondo la dottrina della satyagraha, della lotta non violenta per la verità e la giustizia) di cui Gandhi fu il teorico ed il maestro riconosciuto.
In effetti questa teoria non era innata nella mente di Gandhi, e maturò progressivamente inducendolo a mutare in modo radicale il corso della sua vita, che inizialmente egli aveva dedicato alla mimesi dei comportamenti dei colonizzatori, al punto di compiere i suoi studi in Inghilterra, di vestire all’europea e di accettare essenzialmente il sistema di dominio occidentale. Fu solo quando si trasferì in Sudafrica alla fine del XIX secolo, che potè misurare il significato di una realtà in cui, di fronte alla iattanza congiunta di boeri e britannici, gli indiani erano considerati dei lavoratori stranieri di poco conto e i neri, ossia i nativi del luogo, meno di nulla.
Fu in quelle circostanze che egli fece il suo apprendistato di politico e di capo, ed iniziò a sviluppare la sua teoria sulla resistenza pacifica nei confronti di un potere che alla fine diventava impotente di fronte a chi lo sfidava con armi diverse da quelle della violenza.
Al suo ritorno in India, nel 1915, si dedicò prima di ogni altra cosa a sviluppare una conoscenza approfondita del suo Paese d’origine e dei suoi problemi, immergendosi nel dolore e nelle sofferenze di masse smisurate, e da qui trasse alcune delle sue convinzioni fondamentali che lo avrebbero guidato per il resto della sua vita: la prima era che l’ India doveva riacquistare quanto prima la sua indipendenza, la seconda che la maggior debolezza del popolo indiano era la rivalità di tipo etnico e religioso, che andava superata in nome di una concezione superiore del bene comune, al terza era che dal dominio occidentale ci si doveva liberare non solo in termini politici, ma anche in termini culturali e per così dire psicologici, rifiutando persino il modo occidentale di vestire non per disprezzo ma per mantenere la propria identità e dignità.
Successivamente il discorso si approfondì con la critica al sistema delle caste così insito nella mentalità indù, soprattutto attraverso la coerente battaglia che il Mahatma condusse per la difesa dei paria, dei fuori casta, di coloro cioè che nella teoria della ruota della vita erano considerati posti all’ultimo gradino fra gli esseri umani perché rei di colpe indicibili nelle vite precedenti.
La grande battaglia per la libertà dell’India andò a buon esito, ma molte altre si risolsero in sconfitta, come quella per impedire la secessione delle zone a maggioranza islamica gli attuali Pakistan e Bangladesh- voluta dalla Lega islamica di Mohammed Alì Jinnah, e i conseguenti dissapori con i suoi più stretti collaboratori, come Nehru e Patel.
Era insita in Gandhi la convinzione che la vicenda dell’ India fosse indissolubile da quella della sua gente, e che una Nazione indiana dove non vi fosse posto per i musulmani o per qualunque altra minoranza, al di là del dettato costituzionale, costituisse in realtà il perpetuarsi di una condizione di disarmonia , che è la base di ogni tipo di ingiustizia politica e sociale.
Una lezione, se vogliamo, di straordinaria attualità in questi tempi di xenofobia e di intolleranza: una lezione, è il caso di dirlo, globale.
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