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La memoria di Aldo Moro va ben oltre il ricordo del suo rapimento da parte delle Brigate Rosse il 16 marzo di trent'anni fa, i 55 giorni della sua prigionia e la successiva, barbara uccisione avvenuta il 9 maggio di quello stesso 1978.
No, non c'è nel nostro Paese solo un “caso Moro” di ordine giudiziario, le mille verità contrapposte che si agitano, i memoriali, la disinformazione, la P2, i servizi segreti più o meno deviati, le piste internazionali, il dolore della famiglia e degli amici e tutto ciò che contribuiva a farne , come ebbe a scrivere Leonardo Sciascia , “l'affaire” della democrazia italiana esattamente come il processo Dreyfus lo fu per la democrazia francese.
Più al fondo, nel cuore stesso della nostra democrazia vi è tuttora aperta una “questione Moro” che significa la esatta definizione di che cosa abbia significato la presenza di questa figura assolutamente atipica di intellettuale, di politico e prima ancora di credente in uno scenario complesso come quello della cosiddetta Prima Repubblica che egli attraversò da protagonista nei primi trentatrè anni della sua esistenza come costituente, uomo di partito e di governo, legando il suo nome a tre delle architetture politiche più importanti della nostra storia recente: la Costituzione, il primo centrosinistra e la solidarietà nazionale.
Schiere di autori satirici e di imitatori, a partire dal grande Alighiero Noschese , presero di mira alcuni aspetti della personalità di Moro, i suoi lunghi discorsi, il fraseggiare che pareva involuto ed ambiguo, l'inesausta vocazione mediatrice, che peraltro fu uno degli aspetti salienti dell'inquietante e quasi mimetica interpretazione del personaggio ispirato a Moro che diede Gian Maria Volontè nel film di Elio Petri Todo modo tratto dall'omonimo romanzo di Sciascia.
Credo che si avvicinino molto al vero Leopoldo Elia e Mino Martinazzoli, che sul senso della figura di Moro si confrontarono in un colloquio a due voci del 2002 poi raccolto in una preziosa plaquette edita dalla piccola casa editrice bresciana La Quadra. L'ex presidente della Corte costituzionale, che di Moro fu per lunghi anni l'alto consulente giuridico, sottolineava nel suo amico e maestro la figura dell'uomo di Stato, animato da profonde convinzioni democratiche, diffidente verso ogni forma di ingegneria istituzionale proprio perché fiducioso nel ruolo della politica e per questo inventore della formula dello “Stato dal valore umano” basato sui principi fondamentali della Costituzione e per questo avversario di ogni tentativo di ridurre la DC, partito complesso quant' altri mai, alla semplice ala conservatrice dello schieramento politico.
Martinazzoli, dal canto suo, teneva a sottolineare la dimensione strategica dell'agire di Moro, anche per rilevarne la distanza rispetto ad una politica, quella di oggi, tutta incentrata sull'orizzonte brevissimo del day by day: le grandi manovre parlamentari o interne alla DC, i discorsi cesellati e complessi, la capacità di programmare i passaggi successivi, tutto l'insieme dell'azione politica non era mai finalizzato a se stesso ma rimandava ad una concezione articolata che metteva la politica al centro della vita civile senza negare l'importanza di ciò che precede la politica stessa.
Questo rimanda, a mio giudizio, alla natura particolare della concezione politica di Moro, che è il cuore della sua “questione”, poiché egli fu forse il politico più lungimirante della sua generazione non per scienza infusa ma per una reale capacità di osservazione di quanto si muoveva nella società. In questo senso, il suo percorso dal gruppo dossettiano al legame con Fanfani, dalla nascita della corrente dorotea alla guida del partito e poi del Governo, dall'esilio successivo al 1968 alla progressiva ripresa di centralità che ne avrebbe fatto l'alto arbitro delle strategie di partito fino al giorno del suo rapimento, presenta una sua coerenza di fondo. Prima di altri, meglio di altri, Moro ebbe ben chiara la percezione di quanto il ruolo della Democrazia Cristiana fosse insieme centrale rispetto al quadro politico e parallelamente destinato a durare solo a condizione di creare progressivamente le condizioni per includere tutte le forze politiche che avevano partecipato alla Costituzione nell'area di governo, rilevando il blocco patologico del sistema politico ed insieme l'impossibilità di sbloccarlo date le condizioni interne ed internazionali. Si ebbe così il paradosso per cui il politico che aveva contribuito nel 1958 ad abbattere Fanfani contro l'ipotesi del centrosinistra sarebbe poi diventato il Segretario politico che avrebbe gestito il passaggio al centrosinistra e poi il capo dei tre Governi di centrosinistra “organico” che si succedettero fra il 1963 ed il 1968. Proprio l'anno della grande rivolta studentesca ed operaia rappresentò la svolta più significativa del pensiero di Moro, che si pose in una forma di opposizione originale rispetto al “castello” del potere doroteo creando un saldo rapporto con la sinistra “sociale” di Carlo Donat Cattin, e chiamando intorno a sé alcuni degli elementi intellettuali più brillanti che gravitavano intorno al partito, mai mettendo in primo piano se stesso e sempre contemperando la spinta verso i “tempi nuovi che si annunciano” al senso del possibile e soprattutto alla tutela dell'unità del partito, poiché nella sua visione politica egli aveva chiarissimo che solo portando tutta la DC su determinate posizioni sarebbe stato possibile che esse venissero digerite senza traumi per il sistema democratico nel suo complesso. Ciò si manifestò in almeno tre occasioni topiche, quella della grave crisi di Governo del luglio 1964, in cui le sciabole tintinnarono, quella della elezione presidenziale del 1971, quando la sua candidatura, che sarebbe stata accettata dalle sinistre, venendo silurata dal tandem Forlani-Andreotti a favore del più sbiadito e “disponibile” Giovanni Leone, e infine in quel tardo inverno del 1978 quando si dovette gestire l'ingresso del PCI nell'area di Governo.
In tutti questi casi Moro svolse ad altissimo livello il suo ruolo di mediatore, sapendo peraltro di incarnare con dignità la sua funzione di capo riconosciuto di una grande forza, peraltro condiviso anche da alcune delle sue controparti politiche: non è un caso ad esempio che Paolo Bufalini abbia annotato a margine dei suoi appunti di un incontro riservato fra Moro e Berlinguer che sembrava “un incontro fra due Capi di Stato”.
D'altronde, la fine stessa di Moro è stata un fatto politico, in cui si sono affrontate due concezioni della persona umana e del suo rapporto con lo Stato. La scelta di trattare o meno con i brigatisti per la liberazione dello statista rimanda all'immortale archetipo dell' Antigone di Sofocle, che è tutta incentrata sul confronto fra le leggi umane e quelle divine. Creonte, sovrano di Tebe, decreta che onori funebri siano riservati ad Eteocle, che combatté per difendere la città, ma non al fratello Polinice, che militava nelle fila di chi l'assediava, condannandolo così all'infamia perenne. Antigone, sorella dei due fratelli-nemici, rende invece onori funebri anche al reietto, e per questo è condannata a morte.
Per la bocca di Creonte parla la città, la ragione di Stato, l'esigenza della difesa di un bene superiore che trascende le singole esistenze dei cittadini e per questo può essere anche inesorabile e spietata; per la bocca di Antigone parla un altro tipo di ragione, magari una di quelle che “la ragione non conosce” come annotava Pascal,la pietà, la tutela del bene del singolo.
Creonte ed Antigone sono personaggi eterni, che si misurarono in via Fani come già si erano misurati per migliaia di anni e per altre migliaia lo faranno in un confronto che è inscritto nella natura stessa dell' uomo inteso come zoòn politikòn . Anche questo, peraltro, è un aspetto della “questione Moro” , questa polarità fra il fine intellettuale ed uomo di Stato e l'uomo privato, il padre di famiglia timoroso dell'avvenire dei suoi cari, e che, in una situazione drammatica, cerca di fare politica come può cercando interlocutori fra i suoi aguzzini e fra coloro che stanno fuori dalla prigione.
Un dramma, una tragedia, insomma un confronto ad altissima quota che ci fa misurare l'abissale distanza di ciò che oggi passa per politica e che invece politica non è perché di essa dimentica l'aspetto più importante e centrale che è l'uomo inteso nelle sue credenze, nelle sue passioni, nelle sue idee e non soltanto nei suoi interessi immediati.
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