L'avvenire di un passato
editoriale di giugno 2008 - di Giovanni Bianchi

Ha destato una qualche attenzione, ed una certa irritazione, la scelta della Fondazione Magna carta, sotto la guida del sen. Gaetano Quagliariello e con la partecipazione del nuovo Ministro degli Affari Culturali Sandro Bondi, di promuovere in Firenze un convegno dedicato a figura importanti di quella realtà politica, culturale e soprattutto ecclesiale quali Giorgio La Pira, Ernesto Balducci e Lorenzo Milani , proclamando la volontà di volerli sottrarre all’estorsiva memoria della “sinistra”.

L’on. Bondi, nelle lettere inviate a qualche giornale, ha voluto giustificare tale singolare scelta portando come unica giustificazione di un tentativo uguale e contrario di appropriazione alcune affermazioni del Priore di Barbiana sulla scuola di Stato e sulle sue carenze che dimostrerebbero come egli in fondo fosse il promotore di una “scuola libera”e ciò lo rendesse diverso da coloro che cercarono di appropriarsi della sua memoria. Volendo avrebbe anche potuto citare la memoria difensiva che don Milani mandò ai suoi giudici quando venne processato nella famosa causa dei cappellani militari per una lettera aperta pubblicata su “Rinascita” dal vecchio amico d’infanzia Luca Pavolini, nella quale affermava di non voler dare ai comunisti l’onore di battersi per la causa della non violenza che non apparteneva loro.

Più in generale, sarebbe opportuno raccomandare prudenza ed attenzione, sapendo che nel messaggio di vita e di pensiero di don Milani ci sono tante cose: c’ è il pauperismo, c’è la difesa della Costituzione, c’è l’anticapitalismo, c’è la diffidenza verso la società del benessere, c’è l’elogio della riforma in senso unificato e popolare della scuola media, c’è – ed è scritto chiaramente nella Lettera ad una professoressa – la convinzione che la scuola confessionale sia uno strumento della lotta di classe, non certo a favore dei poveri,   c’ è l’antipatia verso la televisione e verso i modelli di vita fasulli che essa veicola… In una parola, è dubbio che il ruvido sacerdote fiorentino sarebbe stato fra i fans di Berlusconi, ed è inimmaginabile che un’iniziativa come questa, ideata da una Fondazione presieduta da un senatore del partito di Berlusconi e patrocinata da un Ministro di Berlusconi, avrebbe raccolto il suo apprezzamento (come in effetti non ha raccolto l’apprezzamento dei suoi discepoli più autentici, a partire dai fratelli Gesualdi).

Ma al di là di queste piccole speculazioni, credo interessante rilevare il sottodiscorso di Quagliariello, di Bondi e di tanti altri fra i vincitori di questa fase politica, che vogliono sottolineare un duplice risultato di queste elezioni: da un lato, il definitivo sdoganamento della totale autonomia di voto dei credenti, che vede l’ ultimo partito a denominazione confessionale, l’ UDC, ridotto ai minimi termini e messo fuori da ogni gioco politico, legittimando l’ambizione di Berlusconi a gestire direttamente i rapporti con la Gerarchia ecclesiastica (per lui la Chiesa è tutta lì). D’altro canto, è ormai insistente la sottolineatura per cui la cultura politica ed ecclesiale del cattolicesimo democratico avrebbe fatto il suo tempo e non avrebbe più alcun valore nella situazione attuale: in realtà non si tratta di un’affermazione nuova, il requiem per il cattolicesimo democratico è stato cantato più volte, fin dal 1988 quando il defunto settimanale ciellino “Il Sabato” pubblicò un libretto in tal senso di un giovane studioso.

Solo che questa volta l’affermazione sembra corrispondere a verità, e non è solo la profezia di parte di qualche avversario impegnato in un eterno regolamento di conti intraecclesiale: alcuni dolorosi fatti fra di loro staccati, come la repentina morte nel giro di un anno di personalità quali Giuseppe Alberigo, Pietro Scoppola e Paolo Giuntella , testimoniano in termini simbolici dell’esaurirsi di una fase in cui il legame privilegiato fra una certa idea della riforma della Chiesa ed una certa idea della riforma della politica era pressoché inscindibile,  e che peraltro trovava un suo fondamento in una stagione ormai da gran tempo superata quale era quella del partito di riferimento dei cattolici, la Democrazia Cristiana, e della dialettica obbligata con le forze della sinistra, prima il PSI e poi il PCI.

Il venir meno di quella stagione politica, come del resto il raffreddamento o il mutamento di segno di molte speranze della fase conciliare, di fatto rendono il paradigma stesso del cattolicesimo democratico più un richiamo di segno identitario, pur utile e necessario, che un  valido strumento di lettura di una stagione politica ed ecclesiale di tipo assolutamente nuovo. In questo senso, letture come quella del recente seminario dell’associazione “Quartafase” sul “voto cattolico” si concentrano, sia pure fornendo utili particolari, più sulle conseguenze che sulle cause di una certa situazione (ossia del fatto che il PD, in cui la quasi totalità dei cattolici democratici impegnati in politica sono confluiti, raccoglie un buon consenso fra i praticanti e i non praticanti, ma va malissimo fra i “saltuari”, gli “identitari”, ossia il target privilegiato della destra), che è evidentemente importante ai fini di una vittoria elettorale, ma che non può essere affrontata solo a partire dalla fine.

Il fatto è che la crisi forse irreversibile del cattolicesimo democratico non significa l’affermarsi di altre forme di pensiero politico cristianamente ispirato: al contrario, l’evidente eclissi dei “teo –con” dimostrata dal lungo silenzio di Marcello Pera e dalla solenne bocciatura della lista antiabortista di Giuliano Ferrara, nonché lo scacco dell’integrismo più tradizionale dimostrato dalla sostanziale emarginazione di Formigoni e degli altri ciellini nel PDL , sta a dimostrare di una crisi generale che rimonta alla decisione della Gerarchia ecclesiastica di occuparsi direttamente delle questioni sociali e politiche, vanificando il lavoro di decenni delle migliori menti del laicato cattolico italiano in nome di un principio di autoconservazione perseguito al costo di censurare ed annullare in sé ogni voce di profezia.

Basta citare un caso di questi giorni: ben poco peso hanno avuto le argomentate critiche delle ACLI e di altri soggetti dell’associazionismo e del volontariato cattolico contro l’assurda idea di introdurre nel nostro ordinamento l’inaudito reato di immigrazione clandestina, almeno finchè non sono state corroborate da una dichiarazione del Presidente della CEI e da un’intervista di un officiale della Curia vaticana. Si deve quindi pensare che molte esortazioni alla valorizzazione del ruolo del laicato siano oggi poco più che fervorini a fondo perso che vera e propria convinzione della necessità di investire nella formazione di un laicato adulto, responsabile e autorevole: inutili, in tal caso, ed anche un po’ da coccodrilli i pianti sulla scarsa presenza dei cattolici in Parlamento e al Governo.

Forse occorre tornare veramente ab ovo, ripartire dai fondamentali, come ha ricordato mons. Piero Coda al recente convegno della Fondazione Italianieuropei, ossia dal Concilio Vaticano II come fatto epocale e vera e propria cesura nella storia e nella vita ecclesiastica, e nello sviluppo dell’ insegnamento sociale della Chiesa come messaggio per la piena dignità ed il vero benessere della persona umana. E ancora, lo scegliere con coerenza fra la spinta ad essere presenti nel mondo con la logica evangelica del sale e del lievito piuttosto che ad arroccarsi in posizione di potenza che si rivolge ad altre potenze, sia pure con la miglior buona volontà di difendere valori non negoziabili, magari senza accorgersi di avere come controparti persone che riducono tutto a negozio e a marketing.

Ecco, è in questa testarda fedeltà all’ideale evangelico e alla storia degli uomini che si gioca l’avvenire di un cattolicesimo democratico che al momento rischia solo di apparire celebrazione del passato.

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