Oltre Ruini, oltre il ruinismo?
editoriale di luglio 2008 - di Giovanni Bianchi

Il 27 giugno scorso il Papa ha accettato, con due anni di ritardo rispetto all’ età canonica, le dimissioni del card. Camillo Ruini da Vicario per la Diocesi di Roma, nominando al suo posto il card. Agostino Vallini Prefetto del Tribunale della Segnatura apostolica.

Si arricchisce quindi di un ulteriore tassello il lungo ritiro del card. Ruini dagli incarichi di grande responsabilità ricoperti nel corso degli ultimi vent’anni, prima lo scorso anno con la sostituzione alla guida della CEI ed ora con il pensionamento dalle sue funzioni ecclesiastiche, pensionamento tuttavia non definitivo in quanto il prelato reggiano rimane alla guida del Comitato episcopale per il Progetto culturale della CEI, forse la creatura più tipica del suo lungo proconsolato alla guida della Chiesa italiana.

Che il card. Ruini abbia segnato un’epoca è poco ma sicuro, nel senso che, in una fase di accentuata secolarizzazione, egli si è posto il compito di far recuperare alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella vicenda storica del nostro Paese soprattutto per quel che concerne il dibattito pubblico, prima sostenendo ultra vires l’ ormai crollante mito dell’ unità politica dei cattolici nella DC, poi attraverso una decisa (e talvolta spregiudicata) azione diretta della Gerarchia ecclesiastica, mitrata a riassorbire in termini pratici la dialettica fra le diverse realtà associative e di movimento intorno, appunto, al Progetto culturale inteso come espressione di un più complessivo ruolo della Chiesa italiana come garante dell’identità del Paese e quindi come soggetto di cooperazione all’attività dei pubblici poteri in termini complementari.

Fra i risultati più evidenti di questa strategia, al di là del fatto che il Progetto culturale è rimasto essenzialmente un fenomeno di elite a dir poco ininfluente nella vita concreta delle parrocchie, è stato da un lato l’appiattimento della dialettica interna allo stesso episcopato (tranne alcune figure di rilievo come i cardinali Martini e Tettamanzi) intorno alle parole d’ordine volta a volta lanciate dal vertice, e dall’altro un oggettivo indebolimento della figura del laico all’interno della comunità ecclesiale, spesso ridotto a mero esecutore passivo di strategie non condivise, come ha dimostrato con grande onestà intellettuale lo storico Fulvio De Giorgi nel suo recente libro Il brutto anatroccolo edito dalle Paoline.

Il Concilio Vaticano II si situò proprio nel suo carattere “pastorale” (che è un aggettivo descrittivo, non diminutivo come sembrano intenderlo molti) come risposta a queste problematiche emergenti, oltretutto in un contesto in cui una buona metà del mondo era dominato da sistemi politici rispondenti ad un’ ideologia dichiaratamente ed aggressivamente ateistica. Indubbiamente molte speranze di una riuscita a breve termine delle riforme conciliari erano un po’troppo ingenue e non ha certo giovato ad essa un’ impostazione spesso sistematicamente polemica verso la Gerarchia e l’attardarsi su questioni importanti ma non essenziali, ma appare sospetta anche la fretta con cui si è voluto decretare il “fallimento” del Concilio ed accreditare in maniera più o meno surrettizia il ritorno alle esperienze e alle prassi di un passato opportunamente mitizzato.

La crisi terminale del comunismo realizzato, e, nell’àmbito italiano, il generale discredito e la debolezza della classe politica hanno di fatto creato una situazione di vuoto in cui taluni settori ecclesiali hanno pensato di poter entrare come soggetto insieme religioso e politico, non più nel senso di costituire un soggetto partitico di riferimento (quali peraltro i movimenti democratico cristiani divennero solo in seconda battuta, essendo stati letti all’inizio come fonte di possibile eterodossia ), ma piuttosto di appoggiarsi volta a volta a settori politici diversi in cambio di garanzie materiali, secondo la nota pratica delle lobbies.

In questa dinamica la Chiesa italiana si è inserita forte di una forza che, sia pure in termini residuali rispetto al passato, è ancora imponente in termini di capillarità di presenza, di attività educative e sociali, di disponibilità al volontariato, in un contesto in cui, in termini imprecisi e spesso contraddittori, una domanda di religiosità torna a farsi strada nelle incertezze della post – modernità.

Nello stesso tempo, tuttavia, il processo di secolarizzazione procede, entra nelle stesse realtà ecclesiali, come dimostrano i giudizi differenziati sulle questioni morali rispetto alle indicazioni della Gerarchia riscontrabili anche fra i giovani cattolici più impegnati, come pure il dato della frequenza settimanale alla Messa ridotto al 30 % della popolazione (ma probabilmente il dato reale è ancora inferiore), in presenza di un 80% di nostri connazionali che si dice “cattolico”, per scendere drammaticamente al 7% dei praticanti regolari nella fascia d’ età fra i quattordici ed i ventinove anni  .

E’ chiaro che in presenza di questi dati la presenza della Chiesa come soggetto di pressione politica era possibile solo al prezzo di una forte centralizzazione della guida ecclesiale sia per quel che concerne i ministri ordinati che per le realtà laicali, ed anche una costante univocità del messaggio promanante dei media ecclesiali, che non poteva non assumere la forma di quella difficoltà a dare conto in pienezza dei dissensi e delle distinzioni e spesso anche della realtà dei fatti, come pure della tendenza al trionfalismo.

D’altro canto, che tale metodo dia sempre buoni risultati lo si può dedurre anche da autorevoli interventi, ad esempio dalla lettera che il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone mandò al nuovo Presidente della CEI all’atto della sua nomina nel marzo 2007 ,in cui si rimarcava oltre alla “preoccupante avanzata della secolarizzazione” anche “il progressivo indebolimento del tessuto ecclesiale italiano” evidenziando la necessità per l’ Episcopato di dare priorità “all’ evangelizzazione, alla catechesi dei giovani e degli adulti, ad una recuperata e motivata disciplina del clero e ad un impegno comune per la promozione specifica delle vocazioni al ministero presbiterale” . Ciò evidentemente rimanda anche ad una concezione diversa della comunità ecclesiale in cui, andando oltre al ritualismo e al legalismo, ci si ricordi, come scrive il teologo Carmelo Dotolo, che “la Chiesa è e deve sempre più diventare segno di un’ umanità nuova e metafora di un mondo differente, segnato dalla logica della riconciliazione e della fraternità. Essa è nel mondo e per il mondo, testimone di una speranza sovversiva che sa inserire solidarietà lontane da qualsiasi adattamento acritico alla logica del mondo, leggendo i segni della presenza discreta ma decisiva del Regno”.

In assenza di ciò il rischio per la comunità ecclesiale o, più esattamente, per le sue componenti più visibili, è quello di rinchiudersi dietro a quello che don Milani chiamò con amarezza “un muro di foglio e di incenso”, separandosi dalle attese e dalle speranze degli uomini, quando più alta e seducente sarebbe la sfida di far emergere in ogni pronunciamento, gesto, segno quotidiano “ quel grande ‘ sì’ che in Gesù Cristo Dio ha detto all’ uomo e alla sua vita, all’ amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza”, secondo le parole di Benedetto XVI a Verona.

In questo senso, il problema non è quindi quello del cambiare le persone, ma gli atteggiamenti ed il modo di guardare alla realtà.

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