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Nel crepuscolo del 6 agosto 1978, festa liturgica della Trasfigurazione, si chiudeva la giornata terrena di Paolo VI, il papa che più di ogni altro interpretava la figura evangelica dello scriba che, divenuto discepolo del Regno, traeva dal suo tesoro “cose antiche e cose nuove”.
Come spesso accade in questi anni di cortigianeria applicata anche alla storia recente e remota, anche la figura di Giovanni Battista Montini è stata oggetto di un revisionismo che, seguendo l’indimenticata lezione di Orwell, pretende di controllare il presente ed il futuro attraverso la riscrittura del passato: ecco dunque non meno di tre biografie di Paolo VI, scritte da “valenti” giornaliste e storiche, tutte intenzionate a dimostrare che colui che si assunse l’onere di portare a termine il Concilio Vaticano II e di iniziare ad applicarne puntualmente le applicazioni di ordine dottrinale e pastorale era in realtà un pover’ uomo travolto dagli eventi. E così la riforma liturgica diventa un sostanziale tradimento degli assunti conciliari a cui il Papa si sarebbe piegato perché gli era stata presa la mano, la contestazione in generale e quella ecclesiale in particolare sarebbero essenzialmente manifestazioni di demoniaca malafede o di obnubilamento generazionale; per non parlare poi del caso Moro, dove a quanto sembra Paolo VI giunse ad umiliarsi di fronte agli “uomini delle Brigate rosse” così, perché la vita dell’ostaggio gli premeva come quella di tutti, ma lui a quel Moro lì lo conosceva appena, anzi gli stava un po’ antipatico per via di quella vecchia storia del centrosinistra (al quale lui era contrario, ma aveva lasciato fare), e comunque nella DC i suoi interlocutori preferiti erano altri, magari qualche altro ex Presidente della FUCI.
Di fronte a tanta improntitudine si sarebbe tentati di rispondere , mutatis mutandis, con le stesse parole che Giuseppe Bottai, braccato da repubblichini e tedeschi per il suo ruolo nella notte del Gran Consiglio, usava nel suo diario per commentare le sciocchezze dei giornalisti neo fascisti che volevano documentare come lui e i suoi amici fossero tutti dei traditori da cui Mussolini era stato abbindolato : “questa di farlo passare per fesso è proprio l’ultima trincea della cortigianeria”.
E in effetti, non volendo o non potendo attaccare direttamente gli atti di Montini in quanto Pontefice, queste scrittrici (ma loro sono solo la punta dell’iceberg, purtroppo) debbono alterare i fatti storici, e questo per poter stabilire una supposta linea di continuità fra quel pontificato e gli orientamenti oggi prevalenti nell’ufficialità cattolica, col sottinteso che se tali orientamenti dovessero mutare ci ritroveremmo domani con un’altra messe di titoli su Paolo VI o su qualsiasi altro argomento in cui si sosterrebbero tesi diametralmente opposte a quelle precedenti.
Probabilmente il primo a stupirsi di questo modo disinvolto di ricostruire il suo pensiero e la sua opera sarebbe lo stesso Montini, il quale fu forse la più compiuta figura di intellettuale e di politico che sia acceduta al Soglio pontificio nel XX secolo, un intellettuale consapevole di quanto stesse crescendo il distacco fra il Vangelo ed il pensiero secolare, ed insieme un politico ormai conscio che la vecchia alleanza fra Trono ed Altare era saltata, e che anche l’indifferenza tradizionale della Chiesa verso i vari sistemi politici, con il solo metro di giudizio della tutela degli interessi della Chiesa stessa, era ormai impossibile. Egli seppe cogliere in pienezza, sia per i ruoli via via ricoperti alla FUCI, in Segreteria di Stato, alla guida dell’Arcidiocesi di Milano, sia per la sua attitudine ad intrattenere legami culturali di altissimo livello, il mutamento in corso nella struttura delle società umane, il venir meno progressivo del regime di cristianità e dell’eurocentrismo, e cercò di darvi risposta sia attraverso un’accorta gestione della fase attuativa del Concilio sia nella definizione magisteriale di un nuovo pensiero sociale della Chiesa che non rinunciava a confrontarsi con le grandi correnti culturali e sociali secolari. La stessa definizione della riforma liturgica che porta il suo nome, e che lui volle come conseguenza diretta del dettato conciliare, come da ultimo riaffermato da Benedetto XVI nella Esortazione apostolica Sacramentum caritatis , non fu altro che la ricerca di un modo nuovo di portare il sacramento della Presenza reale di Cristo ad una modalità più accessibile a tutti, sottolineando ed in ciò oggettivamente innovando rispetto alla prassi precedente- il legame inscindibile fra la Parola e il Pane di vita (nel rito tridentino quella che ora si chiama “Liturgia della Parola” era semplicemente l’ “Introduzione alla Messa”, ed infatti nelle Messe feriali non c’erano nemmeno letture proprie).
Di fronte a tanti fraintendimenti e a tanti deliberati sofismi, rimane la riflessione su come i credenti, in particolare i cattolici italiani, debbano orientare le loro scelte nella fedeltà alla Chiesa e alla luce di quel magistero conciliare di cui Paolo VI fu l’infaticabile custode.
Volendo trovare un filo conduttore, potremmo rifarci al Convegno della Chiesa italiana svoltosi due anni fa a Verona e intitolato al tema complessivo della “testimonianza cristiana”, e, partendo dall'importante prolusione del card. Dionigi Tettamanzi, potremmo dire che tale filo conduttore sia stato quello del “recupero della dimensione conciliare”, non solo nel senso di “tradurre il Concilio in italiano”, ma più in generale, come ebbe a rilevare in un suo articolo di commento Pietro Scoppola, nel senso di una più accentuata messa in evidenza del ruolo dei laici nella Chiesa, non più come massa di manovra, ma come soggetto pienamente corresponsabile della nuova evangelizzazione e della vita pastorale, e protagonista totale nelle questioni dell'impegno sociale e politico alla luce del Vangelo e dell'insegnamento della Chiesa.
Ma il recupero del Concilio significa anche recupero in pienezza di un atteggiamento positivo nei confronti del mondo moderno in cui la Chiesa è inserita, nel senso, come indicava l'Arcivescovo di Milano nel suo intervento, di avere “occhi e cuore evangelici” che permettono di vedere e di gioire “del numero incalcolabile di semi e germi e frutti e opere concrete di speranza che sono in atto nei più diversi ambiti delle nostre Chiese e della nostra società “. Se, come è ovvio, la speranza dei cristiani è Cristo stesso, ne discende che l'impegno per Cristo e con Cristo significa anche concreto impegno per l'uomo d'oggi, che alla luce della risurrezione può leggere la verità su se stesso e sul mondo.
D'altro canto, come ha rilevato nella sua relazione il teologo milanese Franco Giulio Brambilla (ora Vescovo ausiliare della Chiesa ambrosiana), la “centralità del Crocifisso risorto è ciò su cui sta o cade il futuro della Chiesa e la testimonianza nel mondo”, e ciò azzera ogni riduzionismo “sociale” o, peggio ancora, “culturale” della presenza dei cristiani, non perché lo spazio della politica e e quello della cultura siano estranei o impermeabili all'annunzio di salvezza, ma perché la speranza cristiana li trascende, va oltre, irrompe e cambia e nello stesso tempo trasfigura ogni cultura ed ogni società. Non a caso, ha rilevato mons. Brambilla, uno dei frutti maturi del Concilio sta proprio nelle persone che “hanno riscoperto la fame della Parola, il bisogno di una liturgia viva, il gesto ripetuto della carità e la passione dell'impegno sociale”, rispondendo a quella che è la triplice vocazione del laico cristiano oggi, quella formativa, che fa capire che “la fierezza di dirsi cristiani” è altra cosa dal ridurre “il nome cattolico” ad “un' etichetta per schierarsi”, quella “comunionale”, che significa andare oltre la preoccupazione (il “surrogato a buon prezzo”, scrive Brambilla) tutta funzionale della presenza laicale come rimedio alla carenza di vocazioni sacerdotali,ed infine la vocazione del “genio cristiano”, del generare uomini capaci di parlare della vita futura stando pienamente nel mondo quali furono i Grandi, i Lazzati, i La Pira, i Bachelet....
In questa cornice si è inserita l'allocuzione del Papa, il quale ha riproposto i temi salienti del suo pontificato, sottolineando come la speranza cristiana sia essenzialmente speranza nella risurrezione di Cristo, che rende i credenti “portatori della gioia e della speranza”, e che proprio per questo la loro presenza, la presenza della Chiesa in Italia e nel mondo è presenza “di servizio”, che cerca di rispondere con un “sì” di amore, lo stesso “sì” di Cristo, al bisogno di speranza dell'uomo del nostro tempo, che si esprime talvolta anche nei disvalori del relativismo e del secolarismo. Soprattutto è importante la riaffermazione solenne di quanto già evidenziato nell'enciclica Deus caritas est , ossia il rifiuto di fare della Chiesa “un agente politico”, e l'indicazione della politica come “compito immediato” dei laici “che operano come cittadini sotto propria responsabilità”. In sostanza, riconducendo al “date a Cesare” evangelico la questione della laicità della politica, Benedetto XVI riconduce ad esso anche la questione della libertà religiosa, con ciò di fatto riconoscendo che la dimensione della laicità è l'unica forma possibile della presenza della Chiesa in una società democratica moderna. Importante anche il monito contro la “secolarizzazione interna” della Chiesa: ossia, par di capire, contro quelle forme pur presenti nel costume ecclesiastico di efficientismo, di attivismo ad ogni costo, di volontà di applicare anche alla dimensione ecclesiale costumi di tipo aziendale e manageriale o politicistico.
E’ fuor di dubbio che il Convegno di Verona ed il successivo cambiamento alla guida della CEI abbiano segnato l’inizio di una nuova fase della vita della Chiesa in Italia, anche se è tutto da vedere se e quanto tale nuova fase presenterà elementi di continuità o di discontinuità rispetto alla fase precedente. Va comunque registrata l’autorevole interpretazione che mons. Franco Giulio Brambilla ha dato della Nota pastorale seguita appunto al Quarto Convegno ecclesiale, laddove rivendica giustamente i residui caratteri popolari del cattolicesimo italiano, ricordando nel contempo che esso si vivifica attraverso il “primato della Parola di Dio e dell’evangelizzazione”, correggendo “l’immagine spettacolarizzata del cristianesimo”, promuovendo “il dialogo con altre culture religiose, il dialogo ecumenico, il compito educativo, la cura di tutte le povertà e la stessa presenza sociale. Allontanando per sempre i fantasmi di oscure egemonie politiche”.
Anche questo è un modo per inverare la lezione di Paolo VI.
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