|
Come è noto il primo Governo guidato da Romano Prodi cadde a seguito della bocciatura per un solo voto della mozione di fiducia discussa dalla camera il 9 ottobre 1998 : il voto deciso venne da una deputata di Rifondazione comunista, che su questo punto si era duramente confrontata al suo interno arrivando ad una scissione da cui sarebbero nati i Comunisti italiani.
Ancora oggi mi è difficile capire che cosa esattamente Bertinotti, Giordano, Ferrero e gli altri dirigenti di allora del PRC si proponessero (la posizione di Vendola fu un po’ diversa, perché votò a favore del Governo ma rimase all’interno del partito) , perché tutto ciò che ottennero, a parte il dato evidente della conquista totale del partito con la fuoriuscita del gruppo di Cossutta e Diliberto, fu quello di isolare la loro posizione rispetto al resto del centrosinistra, favorendo indirettamente le vittorie della destra nelle tre tornate elettorali successive (amministrative, regionali e politiche del 2001).
Ovviamente non si tratta qui di gettare la croce addosso ai dirigenti di un partito che dieci anni dopo ha subito una ben più severa sconfitta, ma di meditare, a partire da quel “peccato originale”, da quel vero e proprio vaso di Pandora che fu la caduta del Prodi I , uno dei più gravi e consolidati elementi di debolezza della sinistra nel nostro Paese (e forse del Paese nel suo complesso) che è la deriva identitaria.
Normalmente una persona è consapevole della propria identità, che è frutto congiunto delle origini familiari e sociali, dell’educazione ricevuta, delle scelte di vita e di lavoro: una crisi di identità è in effetti una delle cose peggiori che possano capitare ad una persona, una classica questione di psichiatria.
E tuttavia si rimane a dir poco perplessi di fronte all’affollarsi delle istanze identitarie che sembrano ormai essere una costante nel dibattito culturale (si fa per dire) e politico italiano, e che spesso, ma non sempre, mascherano evidenti operazioni di bassa cucina in cui gli spiriti magni del passato vengono evocati per rivendicare un posizionamento di qua o di là nell’asfittico quadro di un circuito politico intellettuale che assomiglia tanto a quella “Repubblica dei compari” di cui parlava un autore francese dei primi del XX secolo. Il caso tipico, quasi patologico, è quello di giornali che nessuno legge come il “Foglio” o il “Riformista” ma che piacciono tanto perché sono uno straordinario sfogatoio per gli istinti repressi di politici di medio rango e pseudo intellettuali che possono fare lì la cosa che sanno fare meglio: parlarsi addosso, citarsi gli uni con gli altri, celebrare il rito dello specchio delle mie brame come attempate matrigne di Biancaneve.
Tornando alla questione identitaria, non è chi non veda come nel nostro Paese vi sia ormai un clima per cui ognuno, e non solo i gay , celebra continuamente il suo pride grande o piccolo che sia, nella convinzione che una rivendicazione esasperata della propria identità, o supposta tale, sia l’unico modo per farsi ascoltare, per emergere, ovvero per patteggiare spazi, influenze e magari ben più tangibili prebende.
In questo senso, quel che preoccupa di più (o almeno da credente preoccupa me) è veder partecipare a questa sarabanda anche molti uomini di Chiesa, soprattutto come conseguenza di quella “opzione culturale” che è sembrata essere la cifra prevalente nel discorso ecclesiastico italiano di questi ultimi vent’anni. Il modello è noto: essendo oggettivamente il nostro Paese impregnato di cultura cattolica, il fatto che i credenti veri e propri siano oggi minoranza è secondario, in quanto in ogni caso l’Italia è e rimane un Paese cattolico, la Chiesa (intesa come gerarchia) è la principale se non l’unica agenzia di senso, il concetto di laicità “sano” o “positivo” non solo non coincide con l’esclusione del fatto religioso dal discorso pubblico, ma di fatto, almeno nelle sue interpretazioni più coerenti, coincide con la precisa applicazione delle direttive ecclesiastiche (con un’evidente preferenza sulle questioni, per così dire, etiche rispetto a quelle sociali, ignorando la loro evidente correlazione).
Questo tipo di atteggiamento ha ovviamente mietuto molti successi a destra, rendendo possibile una rivendicazione unilaterale di “valori cristiani” da parte di persone affatto digiune di Vangelo nella loro vita pubblica e privata, al punto tale che quando qualche Vescovo o giornale cattolico fa discorsi seriamente evangelici costoro si sentono in diritto dal loro pulpito immaginario di attaccarli come eretici o giù di lì.
Un osservatore attento ed onesto come Franco Garelli ha rilevato sull’ ultimo numero di “MicroMega” come l’innegabile successo, almeno in termini mondani, della gestione ecclesiastica da poco conclusasi abbia avuto come effetto indesiderato, essendosi concentrata su messaggi di tipo astratto (a partire da un “Progetto culturale” mai uscito dalla cerchia degli addetti ai lavori ) o sulla ricerca di un consenso politico a tutto campo, di distaccarsi dalla capacità di orientare sulle questioni di fondo, al punto tale che taluni credenti ritengono possibile, essendo il discrimine posto su di un “fatto culturale” inteso in senso divisivo piuttosto che su “valori non negoziabili” perlopiù ristretti alla sfera sessuale, di dare il proprio consenso a programmi politici egoistici, xenofobi, persino razzisti, in totale contrasto con i principi fondanti dell’insegnamento sociale della Chiesa.
D’altro canto, e lo ha rilevato nel suo recente libro La testimonianza il noto teologo milanese Giuseppe Angelini, chiunque esamini con attenzione il messaggio cristiano sa che fra cristianesimo e civiltà vi è una distanza irriducibile, e che tale distanza ha i connotati di una “distanza critica” e non di una “pacifica divisione delle competenze”, e che tale alterità, come era declinabile al tempo del prevalere nel discorso pubblico della dottrina marxista, lo è a maggior ragione nella fase della prevalenza di un altro tipo di materialismo quale è quello liberale.
Ciò vale a far giustizia di tutte le chiacchiere inopportune rispetto ad un presunto coincidere del cristianesimo con l’Occidente, ma anche di tutte le teorie politiche più o meno abborracciate che, volendo procedere oltre il cattolicesimo democratico di fatto ne ignora la lezione più matura, quella che Aldo Moro definì con la formula del “principio di non appagamento”, che relativizza ogni costruzione umana ma nello stesso tempo ne riconosce l’intrinseca dignità e l’autonomia storica.
Spiace che a non rendersi conto di questo siano taluni amici provenienti dall’ associazionismo cattolico, che nel corso degli anni hanno voluto iscriversi ad ogni costo nella fin troppo lunga lista dei “teo-qualcosa”, arrivando alla gran scoperta che la “laicità positiva” coincida con il concordare articoli ed emendamenti di legge a cena con qualche Vescovo.
Un sovrappiù di spirito evangelico non farebbe male, nella politica, ma anche nella Chiesa.
|