La gente per strada
editoriale di novembre 2008 - di Giovanni Bianchi

E' forse un segno dei tempi il fatto che le manifestazioni di piazza, un segnale della vitalità di un sistema politico democratico degno di questo nome, in cui il dissenso e l'opposizione sono all'ordine del giorno e si esprimono dentro e fuori dalle istituzioni  nelle modalità che ritengono più opportune (ovviamente secondo le modalità dettate dalla Costituzione), vengano concepite nel nostro Paese come un qualcosa di particolarmente grave e preoccupante.

Lasciamo pur stare Berlusconi, la cui adesione alle regole della democrazia è del tutto formale ed estrinseca, persuaso com'è che ogni forma di dissenso dal suo punto di vista equivalga a sedizione, malafede o follia. Chi, come noi, è persuaso da tempo che Berlusconi sia una patologia della democrazia moderna non può essere sorpreso se il primo riflesso di questo signore di fronte a manifestazioni democratiche sia di natura repressiva, arrivando subito a evocare manganelli e cariche poliziesche secondo il noto (e drammatico ) copione del luglio 2001 a Genova.

Più preoccupante però appare il fatto che vi siano commentatori e magari anche esponenti dell'opposizione che di fronte a proteste spontanee e magari anche a dimostrazioni organizzate come quella del PD il 25 ottobre a Roma si mettano le mani nei capelli, parlino di deriva radicale e paventino chissà quale caduta di consensi in nome del sacro totem dei ceti moderati da non spaventare.

Queste persone, se da un lato dimostrano di avere un abbecedario democratico altrettanto carente di quello del Cavaliere, dall'altro evidenziano anche una curiosa e preoccupante propensione a prendere per buono lo specchio deformato che da circa tre lustri mette il centrosinistra perennemente in minoranza psicologica di fronte alla destra anche quando governa. Lo specchio deformante per cui il problema principale rimane quello di attrarre a sé per l'appunto quei famosi “ceti moderati”, i quali detestano chi va in piazza, non amano chi sporca i muri, diffidano degli immigrati e pensano che il privato sia meglio del pubblico, i cui dipendenti sono tutti notoriamente fannulloni, e che gli studenti debbano pensare a studiare e se vanno per strada a protestare è in realtà perché vogliono marinare la scuola , qualunque ragione essi alleghino.

Sono tutti luoghi comuni? Certo, ma sono i luoghi comuni di cui l'attuale Governo si serve ampiamente per cementare il proprio consenso diffuso. Il caso della scuola è il più tipico: quella che porta il nome del Ministro Maria Stella Gelmini ( le cui attitudini ricordano una famosa battuta di Mussolini su Cesare Maria De Vecchi: “la pubblica istruzione aveva bisogno di un incompetente energico”) non è una riforma, al massimo è un aggiustamento cosmetico che copre la vera sostanza, ossia i robusti tagli di bilancio che Giulio Tremonti ha imposto a tutti i suoi colleghi, e che per essere resi accettabili alla pubblica opinione debbono essere travestiti ed imbellettati. Così, sfruttando la prevalenza di un elettorato composto da persone di una certa età, nostalgiche dell'epoca del grembiulino e del maestro unico più che altro perché nostalgiche della propria giovinezza, il Governo cerca di spacciare lo smantellamento di uno dei pochi moduli validi del nostro sistema scolastico come un generale “ritorno all'ordine”, sapendo che all'elettorato di cui sopra poco importa la trasmissione del sapere quanto un generico richiamo alla disciplina. Lo stesso meccanismo, in tutta evidenza, presiede alla crociate di Brunetta contro i cosiddetti “fannulloni” nella Pubblica Amministrazione, a quelle di Maroni contro gli extracomunitari, a quelle della Carfagna contro le prostitute (che toccano solo marginalmente i loro clienti) o a quelle di Alfano contro la magistratura. La logica è sempre la stessa: individuare una classe, una categoria o un'etnia generalmente malfamate (a torto o a ragione è questione secondaria), farne il capro espiatorio e cementare di crociata in crociata la coalizione della paura e del risentimento. Il risultato finale, in tutta evidenza, è che la destra italiana, che si presenta come ideale campione dell'innovazione e del cambiamento nel nostro Paese assume di fatto il ruolo di garante del più mesto conservatorismo di una società che ha perso fiducia in se stessa e nel suo futuro.

Lo schema è perfetto, è un format, come lo ha brillantemente definito Edmondo Berselli, ma ha un difetto: deve essere accuratamente protetto dalla realtà dei fatti. Appena un fatto reale, il principio di realtà, fa irruzione in questo mondo dorato lo sconvolge, lo manda per aria, ne dimostra l'artificiosità, ed il fatto che spontanee manifestazioni di docenti, studenti e genitori abbiano preceduto quelle dell'opposizione sta a dimostrare che esiste una politicità “sommersa” nella società civile che ha l'unico difetto di muoversi carsicamente per troppo tempo, anche se ricompare nei momenti topici. Semplicemente, il mondo della scuola e dell'università rifiuta di essere il capro espiatorio del momento, esattamente come lo rifiutano i lavoratori, i pensionati, i magistrati e tutte le altre categorie che l'attuale Governo ha eletto a nemici pubblici.

Certo, può darsi che la prima risposta sia quella della repressione, magari seguendo i suggerimenti di qualche malvissuto della politica nazionale, ma anche in un'epoca di svuotamento della democrazia rappresentativa questa non può essere la strada risolutiva.

E' bene quindi che il PD non segua la strada di un generico moderatismo (spesso i ceti moderati sono i portatori delle politiche più immoderate, e non è un caso che fascismo e nazismo siano nati da lì), ma che piuttosto prenda atto della necessità di reimmettersi nel grande alveo di una questione popolare sempre più pressante parlando alle persone in termini chiari e precisi delle grandi sfide di sempre: lavoro, casa, scuola, salute.

E' una strada complessa, ma , crediamo, alla fine assai più pagante di tante astrazioni politicistiche.

torna su