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L'elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d'America è stata accompagnata dalle parole “cambiamento” e “speranza” che sono risuonate praticamente in tutte le lingue e a tutte le latitudini del mondo. In effetti, il cambiamento c'è stato, ed è ragionevole la speranza che tale cambiamento sia per il meglio.
L'elezione di un uomo di colore alla Casa Bianca, che solo venti o trent'anni fa sarebbe sembrata impossibile (ricordiamo ancora con simpatia la corsa di Jesse Jackson alle primarie democratiche del 1988, ed è significativo che uno dei fotogrammi più diffusi del discorso di ringraziamento di Obama sia stato quello del vecchio Jackson piangente fra la folla, destinato a diventare famoso più o meno come quello di lui che, quarant'anni prima, reggeva la testa di Martin Luther King dopo che il cecchino l'aveva mortalmente colpito), e se l'elemento razziale è quello più clamoroso, non meno importante è il fatto della vittoria di un uomo di quarantasette anni, che ha sconfitto il vecchio guerriero Mc Cain dopo aver sconfitto una macchina di partito, il suo, che gli preferiva di gran lunga Hillary Clinton.
In un colpo solo, si potrebbe dire, votando per Obama gli elettori statunitensi hanno pensionato due classi dirigenti, quella repubblicana che ha pagato gli errori criminali di Bush e del suo staff di affaristi clericali, e quella democratica che deve ormai proiettarsi oltre l'era Clinton, come negli anni Novanta dovette proiettarsi oltre quella dei Kennedy e negli anni Sessanta oltre quella rooseveltiana.
Ovviamente, a vedere le prime nomine di Obama fra cui quella della stessa Hillary al Dipartimento di Stato, ciò non significa il pensionamento di tutti coloro che servirono le due amministrazioni Clinton , ma piuttosto che il nuovo Presidente, con grande pragmatismo, intende servirsi di uomini vecchi ed uomini nuovi per metterli al servizio di un progetto che è il suo e in cui lui, come ha spiegato alla stampa, intende fungere ad un tempo da capo e da garante del rinnovamento.
A favore di Obama hanno giocato molti elementi: il primo, ovviamente, è la grave crisi economica, interamente imputabile alla folle politica di deficit di bilancio e di taglio delle tasse agli strati più ricchi della società di cui l'Amministrazione di George W. Bush porta per intero la responsabilità. In effetti Mc Cain aveva più volte preso le distanze dalla gestione della Casa Bianca, ed è noto che la dirigenza repubblicana aveva pregato il Presidente ed i suoi più stretti collaboratori di non partecipare in alcun modo alla fase finale della campagna elettorale. Tuttavia, il fatto che i danni siano stati compiuti da un'Amministrazione repubblicana in presenza di un Congresso che fino a due anni fa era stato anch'esso a maggioranza repubblicana non poteva non pesare sul giudizio della pubblica opinione, con risultati devastanti non solo sulle elezioni presidenziali, ma anche su quelle per i due rami del Congresso, ormai saldamente in mano al partito dell'asinello.
La crisi economica è stata tanto grave e tanto incidente sul tenore di vita dell'americano medio da mettere in secondo ordine la questione razziale il vero muro invisibile che divide la società USA, secondo l'analisi del Premio Nobel per l'Economia Paul Krugman- dove peraltro Obama aveva una carta di più da giocare, ossia il fatto di essere un afroamericano nel senso proprio, il figlio di un keniota e di una cittadina statunitense dalla pelle bianca, non comunque un figlio del ghetto e della schiavitù come i Jackson, gli Sharpton e gli altri attivisti per i diritti civili che sono visti con diffidenza da ampi settori dell'opinione pubblica. Non è un caso peraltro che questo particolare ceto politico abbia a sua volta considerato con freddezza la candidatura di Obama, schierandosi, Jackson in testa, con la Clinton perché più rappresentativa di quell' establishment democratico cui anch'essi appartengono.
Il terzo elemento che ha giocato a favore di Obama è stato l'attenuarsi del fenomeno dei cosiddetti value voters, ovvero di quegli elettori del ceto medio basso che, pur avendo pochi motivi di votare un partito così marcatamente schierato a favore degli interessi dei ricchi come il Partito repubblicano, avevano tuttavia contribuito alla vittoria di Bush nel 2000 e soprattutto nel 2004 in ragione di appartenenza religiosa e di primazia dei cosiddetti “valori” (quelli soprattutto legati all'etica sessuale come l'aborto o le unioni fra persone dello stesso sesso) mobilitati dai predicatori televisivi dell'evangelismo radicale (abilissimi a mischiare nei loro sermoni odio razziale e religioso, affarismo e devozione politica) e anche da alcuni settori della destra cattolica meno sensibili alle questioni sociali ed abbacinati dall'idea così cara ai “neo -con” di un nuovo secolo di dominazione imperiale americana basata su di un'unione fra Trono ed Altare in cui non si capisce chi strumentalizzi chi. Anche questo per certi versi è un prodotto della crisi economica, e se ha ragione Giancarlo Bosetti nell'affermare che Obama è stato abile a riprendere in mano il discorso religioso facendo capire come esso sia declinabile anche sul versante progressista, è probabilmente più nel giusto il già citato Krugman quando afferma che quella della religione e dei “valori” (un termine che andrebbe bandito dal lessico politico) è un' “arma di distrazione di massa” di cui la destra si serve per far dimenticare la miseria della sua politica economica e sociale : di morale sessuale e della difesa dell' Occidente, si direbbe, si può parlare solo a pancia piena, quando il piatto piange si pensa a cose più urgenti, per non dire più serie....
Su questa strada, come si è visto, Obama ha ricondotto all'ovile democratico anche la maggioranza dell'elettorato cattolico, nonostante l'atteggiamento negativo di alcuni settori dell'episcopato (ma va detto che il clima interno al cattolicesimo statunitense è assai più libero ed aperto di quello italiano).
Ora, che ne sarà di questa speranza? Un errore credo sia da evitare subito: Obama non è stato eletto per sanare le piaghe dell'Africa, far cessare la guerra in Medio Oriente, nutrire il Bangladesh o ridare unità ad un' Europa che l'ha perduta da tempo. E nemmeno, tanto per esser chiari, per dar la carica al PD italiano.Obama è stato eletto dai cittadini statunitensi per risolvere la più grave crisi economica e di credibilità internazionale che abbia colpito gli USA nel corso degli ultimi decenni, e a ciò evidentemente si orienterà la sua azione.
La sua vittoria potrà certo portare cambiamenti positivi anche nel resto del mondo, ma questo potrà avvenire solo a condizione che le leadership internazionali siano in grado di accompagnare questo processo superando gli antagonismi ed i misoneismi del passato recente.
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