Ai tempi di Papa Giovanni
editoriale di gennaio 2009 - di Giovanni Bianchi

L'annuncio della convocazione di quello che poi fu il Concilio ecumenico Vaticano II arrivò a sorpresa il 25 gennaio 1959, giorno in cui la Chiesa cattolica celebra la festa della conversione di San Paolo, e proprio nella basilica romana di San Paolo fuori le Mura si trovava il Papa Giovanni XXIII quando diede al mondo quell'annuncio sconvolgente. Sconvolgente, potremmo dire, in primo luogo per chi aveva voluto e favorito qualche mese prima l'ascesa al soglio pontificio dell' ormai anziano (78 anni) Patriarca di Venezia considerandolo come una figura di transizione di non spiccata personalità.

La convocazione di un nuovo Concilio appariva in sé un fatto traumatico perchè agli occhi di molta teologia ufficiale cattolica – ormai ridotta alla verbosa ripetizione di testi venerandi e aliena da ogni forma di ricerca seria, anche in memoria della feroce repressione contro il cosiddetto modernismo avvenuta all'inizio del XX secolo- il Concilio Vaticano I conclusosi anzitempo nel 1870 per la pressione delle armi italiane che avevano posto fine al potere temporale della Chiesa, aveva completato l'opera del Concilio di Trento definendo il quadro dogmatico di che cosa fosse o non fosse conforme alla retta dottrina cattolica ponendovi il sigillo della definizione dell'infallibilità pontifica, pure a suo tempo oggetto di forti contrasti fra i teologi e gli stessi Vescovi (e se è vero che a votare contro tale definizione dogmatica furono pochi Padri, è altrettanto vero che numerosi altri avevano lasciato Roma per non dover votare un testo che li lasciava alquanto perplessi), al punto che essa poté passare nell'opinione pubblica solo grazie alle interpretazioni che ne circoscrivevano rigorosamente la portata come quella operata dal futuro cardinale Newman nella Lettera al duca di Norfolk .

Dunque, ci si chiedeva, di che cosa si poteva parlare in un nuovo Concilio? Quali dogmi definire, quali errori condannare, quali rette interpretazioni accettare e quali altre respingere?

L'intento di Papa Giovanni apparve chiaro fin dall'inizio: egli pensava ad un Concilio che avesse natura, come si disse poi, pastorale, solo che nella sua mente questo aggettivo non ha nulla della valenza limitativa ed in qualche modo liquidatoria che viene abitualmente intesa da coloro che lo usano con larghezza. Nell'accezione di costoro il Vaticano II si porrebbe un gradino al di sotto degli altri venti Concili ecumenici riconosciuti dalla Chiesa cattolica – ed in particolare di quello Tridentino e del Vaticano I – proprio perchè da esso non è scaturito alcun dogma.

Al contrario, nella volontà di Papa Giovanni e di coloro che rettamente secondarono e poi proseguirono la sua opera, la pastoralità del Concilio mirava essenzialmente a rimuovere dal volto visibile della Chiesa quegli strati di vecchiume di matrice umana e non divina che potevano offuscarne la percezione da parte degli uomini, di uomini che, passati attraverso la temperie di due dure e sconvolgenti guerre mondiali, attratti da teorie politiche e da modelli culturali che mettevano fra parentesi se non negavano in radice la dimensione della trascendenza ed affermavano la possibilità di un riscatto dell'uomo unicamente in una prospettiva secolare.

A fronte di ciò la Chiesa aveva reagito con ritardo e solo secondo le due sperimentate categorie della riprovazione moralistica e dell'anatema dottrinale, che però sempre più apparivano come armi spuntate nel momento in cui, a fronte della grande sfida rappresentata dal socialismo reale (non più dalle dottrine di Marx, ma da un monolitico sistema incentrato su di una Nazione guida a capo della quale vi erano uomini che si chiedevano beffardamente quante divisioni avesse il Papa), ci si trovava ad essere alleati con un altro sistema estraneo al pensiero cattolico, quell' “americanismo” che già aveva suscitato le preoccupazioni di Leone XIII e che di fatto si sarebbe rivelato assai più devastante del nemico dichiarato nell'erosione di quel sostrato etico generale di cui la Chiesa si faceva tutrice, influenzando non poco la crescente secolarizzazione dei costumi e delle credenze.

A questa duplice sfida Papa Giovanni rispondeva rifiutando ogni pessimismo e cercando di spostare in avanti, in spirito autenticamente evangelico, le prospettive della Chiesa (ovvero delle persone concrete che nella fede della Chiesa vivono) con l' esortazione a respingere le parole dei “profeti di sventura” e con la certificazione del fatto che il messaggio evangelico, certo, non cambia, ma la percezione che i credenti ne hanno può migliorare ed approfondirsi nel tempo secondo le esigenze concrete degli uomini cui la Parola di Dio è rivolta.

Non è qui questione di approfondire un esame storiografico della vicenda conciliare, a cui hanno lavorato illustri storici a partire dal maggiore di tutti, Giuseppe Alberigo, la cui opera è proseguita degnamente da Alberto Melloni e dagli altri studiosi dell' Istituto di scienze religiose (ora Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII) nato in Bologna per volontà di Giuseppe Dossetti. Piuttosto occorre, come dice uno degli ultimi Padri conciliari italiani viventi, mons. Luigi Bettazzi (allora Vescovo ausiliare di Bologna e massimo collaboratore, insieme a Dossetti, del card. Giacomo Lercaro , che del Concilio fu uno dei principali protagonisti), “difendere il Concilio”, ovvero difendere quella ispirazione originaria, quell'atto di fiducia nel Vangelo e nella sua forza di farsi strada per vie impreviste nel cuore dell'uomo che fu alla base del gesto coraggioso di Papa Giovanni.

Al fondo, è una scommessa anche per i cristiani di oggi.

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