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La retorica degli anniversari è sempre ingannevole, perché spesso ha un sapore rituale e quasi mortuario che contrasta con l’ intenzione di chi vorrebbe farne l’occasione per una riflessione approfondita sul loro significato. Peraltro, accade spesso che l’eccesso di retorica ed il cattivo uso della memoria ne bruci rapidamente il significato, lasciando che certe commemorazioni di fatti supposti indelebili vengano non dalle generazioni future ma da quelle contemporanee liquidate con un’alzata di spalle. E’il caso, ad esempio, della memoria dell’11 settembre 2001 (che peraltro aveva cancellato quella di un altro sanguinoso 11 settembre, quello del 1973, quando i militari golpisti cileni, con l’aiuto determinante del Governo statunitense, liquidarono con la violenza il Governo legittimo del Presidente Salvador Allende), che è stata in qualche modo offuscata dal pessimo uso che ne ha fatto l’Amministrazione Bush, usandola a pretesto per le sue guerre e le sue prepotenze.
Tutto ciò per dire che è comprensibile che non tutti gli anniversari vengano celebrati allo stesso modo, ma che spesso alcuni di essi vengono dimenticati perché il significato che assumono è distorto rispetto alla realtà a cui rimandano.
Qualcosa del genere sembra essere accaduto con l’anniversario della costituzione del Partito Popolare Italiano avvenuta il 19 gennaio 1919, novant’anni fa, solo due mesi dopo la fine della Prima guerra mondiale, e che lo storico liberale Federico Chabod valutò come il fatto più notevole del Ventesimo secolo. In effetti ben pochi hanno commentato tale evento, se si escludono alcuni interventi di maniera dei tanti partitini che si richiamano all’eredità democratico cristiana, dall’ UDC in giù.
Eppure, al di là delle molte contraddizioni che accompagnarono la breve vita del PPI, in particolare quella dei rapporti con il fascismo ( la semplice lettura delle firme dell’appello costitutivo “Ai liberi e ai forti” vede l’uno accanto all’altro futuri collaboratori e addirittura ministri di Mussolini come Stefano Cavazzoni, Giovanni Grosoli e Carlo Santucci insieme a persone che sarebbero state perseguitate dal fascismo come il futuro fondatore delle ACLI Achille Grandi e ovviamente don Luigi Sturzo), si può ben dire che la rilettura di quel testo, che essenzialmente era farina del sacco del prete calatino, contenga degli spunti validi ancora oggi.
In primo luogo il riferimento alla politica estera, inevitabile mentre erano ancora in corso le trattative di pace dopo una guerra che aveva sconvolto il consolidato assetto istituzionale europeo, con il rigetto degli “imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse”, con l’evocazione di un’autorità sovranazionale che “affretti l’avvento del disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose”. In queste righe si trovano in pieno l’adesione agli ideali wilsoniani (e, prima ancora, del Pontefice allora regnante Benedetto XV) per un’autorità sopranazionale quale la Società delle Nazioni saranno solo parzialmente e l’ ONU prova con molta difficoltà ad essere.
La seconda, ovviamente, è la suggestione di uno “Stato veramente popolare che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali ( … ) che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”, e a tal fine chiedeva un radicale cambiamento del rapporto fra Stato e cittadini, il suffragio universale allargato alle donne, il decentramento regionale e la riforma dei Comuni e delle Province.
In campo economico e sociale veniva rivendicata la riforma previdenziale e assistenziale (che di fatto voleva dire una generalizzata costruzione di quello che successivamente sarebbe stato chiamato un sistema di welfare nel nostro Paese) , quella della legislazione del lavoro (in senso più favorevole ai lavoratori, non a loro detrimento come fanno certi “riformisti” attuali) , l’affrontamento serio della questione meridionale e più in generale la riduzione delle disparità di classe così radicate e tanto più intollerabili nel momento in cui le masse, con la guerra,avevano fatto irruzione sulla scena politica e sociale, e la grandiosa prospettiva evocata dalla Rivoluzione di Ottobre in Russia, poco più di un anno prima, appariva ben più che una semplice minaccia.
Mi pare che l’elemento più rilevante sia essenzialmente questo: l’intento riformista del PPI non nasce da dichiarazioni di intenti e carte dei principi che nessuno legge, e neppure da una rivendicazione tanto chiassosa quanto inconsistente e un po’ ipocrita della propria ispirazione cristiana, ma da una serie di obiettivi, di riforme concrete da realizzare in tempi diversi ma tali da comporre un chiaro orizzonte programmatico su cui raccogliere il consenso.
Un promemoria per i riformisti ed i democratici di oggi, se avranno tempo e soprattutto voglia di imparare.
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