Una cultura per il Partito Democratico
editoriale di marzo 2009 - di Giovanni Bianchi

Nel dibattito pubblico attuale, soprattutto dopo la grande disputa che divise giusnaturalisti e positivisti all'indomani della Seconda guerra mondiale e che vide schierati fra il 1950 ed il 1953 uomini come Carnelutti, Capograssi, Bobbio e Scarpelli, il concetto di diritto naturale sembra ormai sopravvivere solo all'interno dei sistemi filosofici e giuridici di netta matrice confessionale, più esattamente fra i cattolici.

Nello stesso tempo, i settori più avvertiti ed anche i più autorevoli della dottrina cattolica sono disponibili ad ammettere che il diritto naturale, almeno nella concezione tradizionale, è uno “strumento inefficace”, pur rimanendo “la figura argomentativa con cui la Chiesa cattolica richiama  alla ragione comune nel dialogo con le società laiche e con le altre comunità di fede” (J.Ratzinger). Proprio per questo, le scuole teologiche più attive e la stessa Commissione teologica internazionale stanno lavorando intorno ad una possibile riforma del concetto di diritto naturale. Tuttavia, proprio il permanere di tale concetto come “figura argomentativa” principe fa sì che essa venga utilizzata nel discorso pubblico nella sua accezione tradizionale come elemento di sostegno alla pretesa di universalità della posizione della Chiesa cattolica sulle questioni cosiddette sensibili. Ovviamente, laddove tale elemento venisse meno, si dovrebbe ammettere che le posizioni ecclesiastiche non hanno altro fondamento argomentativo che le asserzioni di ordine dogmatico, le quali ovviamente non possono essere vincolanti per uno Stato laico ed una società multiconfessionale e multiculturale. Di ciò si rendono conto anche autorevoli voci di area cattolica, quando ad esempio nel pieno della disputa sul testamento biologico a partire dal doloroso caso di Eluana Englaro, hanno ammesso, secondo le parole di Vittorio Possenti, che “non è possibile argomentare sul piano puramente razionale la tesi della totale indisponibilità della vita umana”.

Ciò evidentemente non implica la totale irrilevanza delle convinzioni religiose rispetto al discorso pubblico, e men che meno, come pretenderebbero taluni laicisti radicali, la loro completa radiazione  dal discorso pubblico stesso, pretesa che anche osservatori per nulla rispondenti a logiche confessionali – ad esempio Maurizio Viroli- giudicano “al tempo stesso velleitaria e dissennata”. Le convinzioni religiose, esattamente come quelle filosofiche ed ideologiche, permeano di sé l'insieme della persona che vi aderisce, e chiedono di essere immesse nel suo concreto agire quotidiano. La questione che si pone è quella della modalità con cui tale immissione avviene, in un contesto segnato da profonde divisioni in cui il sostrato etico condiviso della società premoderna è definitivamente lacerato, e la sua ricostruzione non può certo avvenire per via di costrizione legislativa.

In questo contesto le forze di sinistra si trovano più spiazzate rispetto a quelle di destra, le quali hanno minori remore a ricostruire un modello politico confessionale che trova la sua sintesi più compiuta nel pensiero “teo – con” nel periodo dei due mandati presidenziali di Bush jr che è stato un tentativo di enucleare un modello istituzionale “post – democratico” (secondo il titolo della nota opera di Colin Crouch)  in cui la concentrazione del potere nelle mani dell' Esecutivo e quindi della figura carismatica del Presidente, rafforzata dallo stato d'emergenza e d'eccezione di una guerra potenzialmente infinita come quella al terrorismo, trova riscontro in un'accentuata presenza della religione come matrice ideologica e riferimento insieme culturale e morale, in cui il Dio degli eserciti appare l'equivalente celeste e l'ispiratore diretto del terreno Signore della guerra.

A fronte di ciò, in un quadro in cui politica e religione si strumentalizzano a vicenda, la sinistra – e, per quel che concerne lo scenario italiano un Partito Democratico che non ha fin qui trovato il tempo per un serio dibattito ideologico- non trova particolari difficoltà a convergere con i credenti sulle questioni che presentano una spiccata dimensione sociale ( pace, problemi del lavoro e dell'economia, diritti dei migranti....) trova invece un oggettivo limite in un dibattito sulle questioni eticamente sensibili, con un potenziale conflitto fra le istanze dei diritti soggetti e quelle dei “principi non negoziabili”.

Il problema è quello di andare oltre le forme tradizionali di una dialettica laici / cattolici che è perfettamente sterile nel momento in cui manca un linguaggio comune e si è consumato, come rileva Olivier Roy, un totale divorzio fra religione cristiana e cultura contemporanea e nello spazio ecclesiale non sembra esservi spazio per una “dimensione della laicità come interiorità stessa della vita cristiana”, secondo le parole dell'indimenticabile amico Pino Trotta. E tuttavia, per sfuggire alla tentazione di un' equivoca contrapposizione sui “valori” (termine fin troppo abusato) è necessario creare nuovi ponti fra le diverse istanze etiche che rifuggano dal disprezzo e dalla demonizzazione reciproca ovvero dalla pretesa che la propria etica sia l'unica vera e che gli altri siano sostanzialmente portatori di una “non etica”.

Tale percorso, che è insieme di natura ideologica e politica, non può essere eluso e nello stesso tempo non può  nemmeno essere stabilito in forma aprioristica, ma deve essere ricondotto al caso specifico, esercitando su di esso da un lato le modalità dialettiche dell' agire comunicativo così care a Jurgen Habermas (non a caso interlocutore del cardinale ratzinger in quel famoso dibattito di cinque anni fa a Monaco di Baviera) ed insieme una concezione giuridica che, pur mantenendo la  concezione del diritto come insieme di norme procedurali e formali, non si isoli rispetto alle esigenze di carattere etico, intese come “forme minime della protezione delle persone, delle proprietà e delle promesse”. E' chiaro tuttavia che tali esigenze etiche non possono essere il frutto né di un'esasperazione delle istanze soggettive per non dire individualistiche né delle pretese di un diritto naturale che sempre più si manifesta come un paravento di istanze di ordine confessionale.

Si tratta di un percorso difficile ma necessario e potenzialmente fecondo, che non elimina evidentemente la necessità dell'iniziativa politica quotidiana, ma la affianca e le dà senso, e per questo è ad essa coessenziale per la capacità di futuro del PD.

torna su