|
L’ elezione di Dario Franceschini alla segreteria del Partito Democratico (non come reggente, ma come Segretario a pieno titolo) era in qualche misura ovvia alla luce della situazione determinata dalle dimissioni di Veltroni e dall’incalzare degli avvenimenti politici, che in agenda prevedevano a brevissima scadenza (all’inizio di giugno, ma quattro mesi in politica sono nulla) le elezioni europee e un impegnativo turno di elezioni amministrative. In queste condizioni, la pur comprensibile richiesta di un percorso congressuale o di nuove primarie non teneva conto della tempistica, implicando un dilatarsi dei tempi che invece le scadenza fissate non consentivano. Senza contare che gli appuntamenti politici e legislativi, l’ urgenza di tener testa alla ormai dilagante tracotanza del Governo e dei suoi sodali richiedevano di necessità la presenza di una guida riconosciuta di quello che rimane il maggior partito di opposizione.
Le dimissioni di Veltroni hanno rappresentato lo scacco non di un progetto complessivo, quale è quello del Partito Democratico, che non è stato frutto di improvvisazione ma aveva alle sue spalle anni di gestazione fin dalla nascita dell’Ulivo nel 1995, ma sicuramente quello di una linea politica che lo storico Roberto Gualtieri, uno dei relatori insieme a Pietro Scoppola della assemblea che ad Orvieto, nel 2006, definì i contorni generali del PD, ha sintetizzato nella linea economica di un neoliberismo ormai tatticamente ripudiato anche dalle destre e di una volontà di eccessiva semplificazione del sistema politico con la rinuncia ad un articolato sistema di alleanze.
Naturalmente è troppo presto per dire se il nuovo Segretario (che si è assunto il compito di portare il partito alla scadenza congressuale di ottobre ma, giustamente, ha rifiutato ogni ipotesi circa una sua possibile ricandidatura) sarà la persona adatta a dare la sveglia al partito, ad impedire un tracollo elettorale a giugno, a facilitare il ricambio della classe dirigente e un maggior radicamento sul territorio. E tuttavia, ciascuno di questi obiettivi è necessario ed in qualche misura vitale per la sopravvivenza del progetto del PD, specie nel momento in cui ci si accorge che Berlusconi, al di là dei limiti evidenti dell’azione di governo, è riuscito nel corso degli anni a solidificare intorno alla sua proposta politica un blocco sociale al momento maggioritario ed inscalfibile, sintetizzando, sia pure in modo rudimentale, una vera e propria cultura di destra che mescola suggestioni padane, neoliberismo più o meno temperato, clericalismo di comodo e, sopra ad ogni altra cosa, il sempre risorgente mito dell’uomo forte come soluzione e panacea dei mali del Paese.
Nello stesso tempo, tale cultura si presenta come un vero e proprio compendio di quello che potremmo definire “spirito dell’ anti - Costituzione”, con la messa in dubbio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, con la privatizzazione del welfare ed ora anche della pubblica sicurezza, con il pubblico incitamento da parte di parlamentari ed amministratori all’odio e all’intolleranza verso persone di nazionalità diversa che godono anch’esse (eh, sì!) della tutela della Costituzione.
Non si tratta qui di invocare un “comitato di liberazione nazionale”: al fondo, le scelte della destra sono le stessa dappertutto, cambiano forse i toni (ma un italiano che leggesse o sentisse le cose incredibili che in certi giornali, radio, tv o blog “neo con” statunitensi si dicevano e si dicono dei democratici in generale e di Obama in particolare troverebbe una certa aria di casa …), il vero problema per le forze democratiche è quello di saper articolare una risposta sensata e credibile, sapendo che in un sistema aperto nessuno ha il monopolio del potere.
Gli scenari imperiali della fondazione del PDL danno la misura di quanto lontana sia la cultura di fondo di questa nuova formazione politica dalla logica della Costituzione del 1948 che è l’unica vigente e che deve essere rispettata da tutti finchè non verrà legittimamente sostituita da un’altra- e di come il PD per sua natura debba pensarsi come “partito della Costituzione” senza che ciò implichi un profilo conservatore che non gli compete.
Nello stesso tempo dovrà anche pensarsi come partito dei lavoratori e dei ceti medi, ricostruendo un complesso di alleanze sociali (magari anche un blocco sociale, a sua volta), che tenga conto degli interessi di chi non ha guadagnato nulla dalla fase scellerata del turbo capitalismo, mirando a ricostruire quella coesione sociale di cui la UE paventa la perdita come effetto di lunga distanza .
Non è un lavoro facile, ma è l’unico che dia senso all’esistenza di un partito di democratici e riformisti.
|