|
Il 16 maggio prossimo si terrà a Firenze una sorta di “convocazione” di cattolici italiani per riflettere sul tema “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. Non è un incontro di dissenzienti come quelli che si verificavano a cavallo degli anni Sessanta e settanta , e che pure riflettevano un malessere oggettivo a cui, erroneamente, si volle dare una veste di ordine ideologico declinata in senso ecclesiale o politico.
No, nella lettera aperta che invita all’incontro i firmatari, che vanno da Maria Cristina Bartolomei ad Alberto Melloni, da Giovanna Cella a Fulvio De Giorgi, dall’indomito novantenne Camillo De Piaz a don Giovanni Nicolini, apostolo dei disperati di Bologna, non bandiscono una qualche “contro crociata”, e nemmeno intendono abbandonarsi ad uno sterile lamento nei confronti di una Gerarchia ecclesiastica sorda agli appelli della base.
Più semplicemente queste persone, questi credenti, vogliono testimoniare un disagio, vogliono poterlo esprimere, come suol dirsi, filialmente, e vogliono evitare l’approfondirsi di quello che il compianto Pietro Prini chiamò lo “scisma sommerso” dei nostri tempi, ossia il distacco silenzioso di molte persone dall’ufficialità ecclesiastica, senza il bisogno di rumoroso apostasie ma, appunto, in silenzio magari senza nemmeno lasciare la pratica sacramentale, congedandosi nello stesso tempo da uno stile ecclesiale fatto di predominanza della preoccupazione della Chiesa per la propria autoconservazione e della predicazione di una morale non contestualizzata.
Ciò sembra particolarmente importante nel giubileo della convocazione del Concilio da parte di Giovanni XXIII, con una straordinaria intuizione che, come dimostra in un suo recente saggio Melloni, fu un atto di innovazione voluto da un uomo ben fermo nella Tradizione con la T maiuscola, che è ben altra cosa dal miserabile reducismo di taluni professionisti del tradizionalismo a un tanto al chilo. E’ ben chiaro che queste riflessioni, come pure quelle che lo stesso Melloni, Giuseppe Ruggieri, Joseph Komonchak ed altri autori sviluppano in un recente volume intitolato non casualmente Chi ha paura del Vaticano II? con estremo rigore storico e teologico siano quasi indicibili in una realtà ecclesiale come l’attuale dove predominano i Socci, i Messori, i Fanzaga ed altri spacciatori di ciarpame devozionalistico e reazionario, alla fine perfettamente omologati alla deriva politica e consumistica dei nostri tempi che a questo tipo di religione delega una vaga funzione consolatoria, realizzando alla perfezione l’antica aspirazione di Charles Maurras per un cristianesimo come perfetto instrumentum regni, purchè ovviamente “depurato dal veleno del Magnificat”, quello per cui i potenti sono sbalzati dal trono ed i ricchi sono rimandati a mani vuote.
Ma forse la riflessione andrebbe spinta più a fondo, e va alla radice del nostro stesso modo di pensarci come comunità ecclesiale.
Potremmo ad esempio rifarci all'episodio riportato al capitolo 11, versetti 2-11 del Vangelo di Matteo, quando Giovanni il Battista, già imprigionato, manda alcuni suoi discepoli da Gesù per chiedergli se è lui l'Atteso, il Messia che riscatterà Israele, o se occorrerà attenderne un altro. Gesù risponde in forma indiretta, dicendo di riportare al Battista “ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi son purificati, i sordi odono, i morti risuscitano,ai poveri è annunciato il Vangelo”. E quindi, a confessare il Messia non è lui stesso , ma sono le opere messianiche che egli compie, come se in qualche modo l' ortoprassi precedesse e riempisse di significato l' ortodossia.
E ciò evidentemente vale per tutti coloro che oggi ed in ogni tempo si sono detti cristiani, che quelle opere sono chiamati a rinnovare conformando la loro vita a quella del loro Maestro (quante volte ripetiamo che al cristiano non è proposta una dottrina ma una vita concreta), così come Egli nella istituzione dell' Eucaristia “comandò di ripresentarne l'offerta”(Preghiera eucaristica V), nella liturgia come nella vita di ogni giorno. Quindi, il particolare significato oggi dello stare da credenti nella comunità degli uomini sta nell'inverare nella quotidianità quella che Giuseppe Dossetti definiva come l’aspirazione ad essere “uomo eucaristico”, nel senso di colui che “non incontra l'uomo dall'esterno ed in superficie, ma lo incontra nel suo 'sé' più intimo, più invisibile (...) creando e divulgando ovunque nel senso di ogni società grande o piccola (...)- un'atmosfera di rispetto, di comprensione, di fiducia, di valorizzazione degli esclusi, di amore oblativo indipendente da ogni condizione esterna mutevole”.
E questo è un elemento che va oltre la misera cronaca di questi giorni.
|