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Non metterebbe veramente conto di doversi occupare di una spiacevole storia di ragazzine sprovvedute, di genitori troppo ambiziosi e soprattutto di ricchi e potenti signori incontinenti se, per l'appunto, solo di questo si trattasse.
Una vicenda del genere meriterebbe di rimanere confinata nella dimensione privata o al massimo nella cronaca rosa se non finisse, da un lato, per investire pesantemente le responsabilità pubbliche di un ricco e potente signore e, dall'altro, se non mettesse in evidenza lo scadimento, starei per dire il disarmo della coscienza morale di questo Paese.
Sulla prima questione già molti si sono esercitati, e alla fine l'unica cosa da dire è quanto avesse ragione Montesquieu quando affermò che il potere assoluto corrompe assolutamente, nel senso che chi si sente padrone ad un tempo del potere politico, di quello mediatico e di quello economico, ed è sicuro di non avere rivali alla propria altezza e di poter programmare per se stesso un avvenire di indiscutibile grandezza, finisce anche per perdere quei pochi freni inibitori di cui era dotato, e ritiene di potersi permettere qualunque cosa, sicuro dell'impunità giudiziaria e dell'anestesia della coscienza civile.
Ed è infatti la seconda questione quella che merita di essere approfondita, nel senso che comportamenti del genere sarebbero a dir poco impossibili in una società in cui la coscienza morale fosse più vigile. Qui occorre distinguere: quando si parla di moralità in questo Paese, e temo che per certi versi pesi a tale proposito un retaggio cattolico, si fa immediatamente riferimento alla sfera sessuale, ma è chiaro che la morale ha una dimensione più ampia. Inoltre, vi è una certa tendenza a confondere moralità e legalità, facendo un generale pasticcio in cui ciò che è reprensibile moralmente si confonde con ciò che lo è politicamente ed infine con quello che configura una fattispecie penale.
Sul terzo aspetto, evidentemente, si deve esprimere chi ha la competenza - ed il dovere - di farlo, ma sui primi due il giudizio spetterebbe ad un'opinione pubblica informata, che a sua volta presupporrebbe una stampa libera. Diciamo che nel nostro Paese, e questo è già un segnale di degrado, un sistema informativo libero è una merce piuttosto rara, e questo mette un'opinione pubblica già di suo poco propensa all'attivazione etica ancora meno capace di formarsi un'opinione specifica.
In linea generale, però, credo non abbia torto Gabriele Romagnoli quando scrive (“Repubblica” del 30 maggio) che il punto non sono tanto i desideri senili di qualcuno, ma la tendenza delle famiglie, diciamo di certe famiglie, di rendersi immediatamente disponibili a tali desideri in nome della superiore ambizione del successo, della fama, di un posto in uno show tv o in Parlamento (tanto, a quel che sembra, è ormai la stessa cosa), barattando in nome di questo anche ciò che dovrebbe loro essere più caro.
Si parla tanto, ed anche a sproposito, del ruolo della famiglia nel nostro Paese, di come essa sia la base della società e venga regolarmente dimenticata nella fase della programmazione ed allocazione delle risorse, ed è abbastanza vero. Ma non abbiamo ancora svolto una riflessione su come la famiglia sia anche, e molto spesso, il terminale della crisi etica del nostro Paese, di come spesso si trasformi in incubatrice di violenze, di indifferenza, di odi reciproci, ovvero come spesso sia un luogo chiuso in cui maturano le ambizioni più smodate, certamente indotte da un ambiente esterno insano da cui si ricevono stimoli negativi, ma anche frutto di quella elaborazione del proprio particulare, per usare la formula dell'egoismo atavico nobilitata dal Guicciardini, per cui qualunque metodo è buono per raggiungere il successo, ed il lavoro e lo studio diventano accessori secondari, per non dire di altre aspirazioni un po' più nobili che non siano l'autoaffermazione personale.
In sostanza, spesso non ci sarebbero corruttori se non ci fossero persone già predisposte alla corruzione, così come non ci sarebbero tiranni se non ci fossero coloro che già sono disponibili alla servitù, come aveva capito bene l'imperatore Tiberio, che malediceva i senatori che lo osannavano in pubblico (pur odiandolo segretamente) come “homines ad servitutem parati”.
E anche se un certo tipo di egemonia culturale ha potuto contribuire pesantemente a questa soluzione, le responsabilità dei singoli, come pure quelle di certune zelanti agenzie formative che non hanno fatto il loro dovere, non possono in alcun modo essere eluse.
Berlusconi, prima o poi, passerà: le anime morte disponibili al servaggio e alla prostituzione rimarranno ancora fra noi per molto tempo, in attesa di un nuovo padrone.
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