La carità nella verità
editoriale di agosto 2009 - di Giovanni Bianchi

Sul particolare statuto della dottrina sociale della Chiesa (DSC) rifletté a lungo, nei suoi ultimi anni di vita, il compianto amico Edoardo Benvenuto, forse il maggiore teologo laico che la Chiesa italiana abbia avuto nel XX secolo, in termini che non sempre piacquero all'ufficialità ecclesiastica. In particolare egli era convinto che la DSC fosse stata di fatto superata e seppellita dalla nuova impostazione pastorale voluta dal Concilio Vaticano II, e che in qualche modo a sancire tale sepoltura fosse intervenuto direttamente Paolo VI con il famoso documento Octogesima adveniens (1971) nel quale di fatto si stabiliva l'inesistenza di una “ricetta “ politica generale della Chiesa in ambito socio – politico. La successiva ripresa dello stesso concetto di DSC operato da Giovanni Paolo II nella sua famosa allocuzione alla II Conferenza generale della Chiesa latinoamericana a Puebla (1979) veniva interpretata da Benvenuto come un tentativo di esorcizzare il timore dei possibili inquinamenti marxisti nella Teologia della liberazione, e questo approccio difensivo emergeva secondo lui nei testi successivi almeno fino al 1989. La fine dello storico avversario imponeva un ripensamento che del resto lo stesso Papa polacco aveva abbozzato ricollocando la DSC nell'ambito della teologia morale, quindi sottraendola ad ogni tentazione di applicazione (ed appropriazione ....) politica immediata.

Questo nuovo status, che sarebbe stato in qualche misura cristallizzato dal Compendio della DSC pubblicato nel 2004, viene in qualche misura confermato dalla nuova enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate,  che trae spunto, a due anni di distanza, dal quarantesimo anniversario dell' enciclica Populorum progressio di Paolo VI , primo documento magisteriale del post- Concilio.    

Potremmo dire che la DSC si è sempre sviluppata a seconda dello sviluppo della vicenda dell'uomo contemporaneo in rapporto all'evoluzione del suo agire nell'economia e nella politica, sottolineando i grandi passaggi della storia umana.

Da qui, coerentemente, il richiamo di Benedetto XVI a due capisaldi del pensiero di Paolo VI che rimangono intatti ad oltre quarant'anni di distanza: il primo è che “tutta la Chiesa in tutto il suo essere e il suo agire, quando annunzia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo”, mentre il secondo è che “l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la totalità della persona nella sua dimensione” (CV 11). Non è possibile, quindi, circoscrivere la verità della persona umana, per sua natura complessa, in un solo ambito, e la Chiesa non è né può essere indifferente rispetto allo sviluppo autentico della persona umana poiché essa è la via maestra attraverso cui passa l'annuncio evangelico. Da qui deriva anche la specifica attenzione che il Papa dedica alla tematica del bene comune, inteso come “ il bene di quel 'noi-tutti', formato da individui,famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità” (7).

Una volta fissate queste coordinate generali, che peraltro trovano la loro radice nella Tradizione ecclesiale e più nello specifico dall'insegnamento del Concilio Vaticano II, a cui la  Populorum progressio francamente si ispirava e che costituisce un punto di riferimento ineludibile anche per l'Enciclica attuale, è possibile comprendere il senso complessivo del testo di Benedetto XVI, che peraltro si inscrive nella dinamica generale del pensiero dell'attuale Pontefice, dal rapporto necessario ed inscindibile fra ragione e fede all'altrettanto inscindibile legame di carità e verità, per non correre il rischio di scambiare il cristianesimo “per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (4). Nello stesso tempo, e contrariamente a quanto taluni pensavano, l' Enciclica parla di “carità nella verità” e non di “verità nella carità”: in questo modo -non è un gioco di parole- l'accento cade sulla dinamica caritativa, che è propria di ogni uomo, che deve, sì, tendere alla verità ultima di Dio in Cristo, ma che rappresenta comunque una dimensione umana preesistente alla stessa verità di fede (è in fondo il senso ultimo della parabola del buon Samaritano).

Non si tratta qui di voler ricostruire la complessa architettura dell'Enciclica, la quale peraltro si sofferma con puntualità ed insieme con discrezione (nel senso di lasciare le risposte concrete all'impegno dei laici operanti nel sociale e nel politico) sulle grandi questioni del nostro tempo, ma possiamo soffermarci su alcuni aspetti particolari.

Il primo lo troviamo all'inizio, laddove il Papa ricorda che la carità deve realizzarsi nella giustizia: ovvero, la carità eccede la giustizia, ma nello stesso tempo la presuppone, perchè se essa costituisce, come diceva Paolo VI, la “misura minima” della carità è altrettanto vero che non si può donare alcunchè agli altri se prima non gli si è dato quello che è loro secondo giustizia : sono evidenti le implicazioni di questa affermazione sotto il profilo sociale, dove spesso, da parte dei credenti, si è corso il rischio di scambiare il riconoscimento dei diritti specifici dei cittadini e dei lavoratori con una concessione di ordine caritativo, che dipende dalla buona o cattiva volontà altrui.

Il secondo elemento sta nel rapporto fra fede e ragione, che come abbiamo visto è un elemento centrale  della riflessione di Benedetto XVI, e che tuttavia nel corso di questi anni era sembrato generalmente centrato sulla tematica della purificazione della ragione da parte della fede. Nell' Enciclica invece si evidenzia che “ la religione ha sempre bisogno di essere purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano”, ed aggiunge che “la rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell'umanità”(56), finendo inevitabilmente nelle secche del laicismo o del fondamentalismo.

Il terzo elemento è nel riconoscimento del valore specifico dell'economia di mercato, a cui però si affianca la necessità che tale economia sia sempre ricondotta alla sua finalità specifica, che è quella del bene comune. Di fatto, pur non giudicando la globalizzazione come elemento di per sé negativo o positivo, Benedetto XVI constata come il predominio della finanza sull' economia, e prima ancora più in generale della tecnica sulla cultura, abbia come effetto quello di perdere di vista l'umanità del gesto economico, di fatto subordinando alle esigenze della massimizzazione del profitto quelle della persona intesa nel suo complesso. Ma, ricorda realisticamente il Papa, i costi umani sono anche costi economici, ed un'economia che si basa sulla disoccupazione di massa, sull'impoverimento diffuso, sul disprezzo dei diritti dei lavoratori e dei cittadini non va troppo lontano. Con altrettanto realismo l'antico professore tedesco ricorda che la divisione in due tempi fra produzione e redistribuzione della ricchezza non regge più, e che quindi ogni parte del processo economico va condotta in base al principio della giustizia distributiva, in tal senso rivalutando il ruolo specifico dello Stato e dei pubblici poteri e subordinando la logica contrattuale propria dell'economia di mercato all'esigenza di “leggi giuste e forme di redistribuzione guidate dalla politica” (37), tornando alla tripartizione degli attori economici e sociali suggerita da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: lo Stato, il mercato e la società civile (38).

Da qui, ed è il quarto elemento, la nuova funzione di taluni soggetti tradizionali della scena sociale, come i sindacati dei lavoratori, ai quali spetta non solo l'ovvia rivendicazione di un lavoro “decente” a fronte di quella vergogna globale che sono la povertà e la disoccupazione di massa, ma anche il “farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società” come “ quell'insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto fra persona – lavoratrice e persona- consumatrice”, e più in generale invitandoli a farsi carico anche delle violazioni dei diritti dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo (64).

Una tematica a parte è quella della riforma dell'ONU, che il Papa considera come qualcosa che deve andare di pari passo alla riforma dell'architettura economica e finanziari internazionale, richiedendo di dare “reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni”, facendo evolvere l'attuale struttura delle Nazioni Unite, secondo l'auspicio di Papa Giovanni – qui strategicamente ricordato con una citazione specifica dalla Pacem in terris- verso una vera e propria Autorità politica mondiale, finalizzata al governo dell'economia mondiale, al risanamento delle economie in crisi, alla realizzazione del disarmo integrale, alla salvaguardia dell'ambiente, alla regolamentazione dei flussi migratori.

Si può dire che, nella sua specifica ottica, Benedetto XVI abbia voluto disegnare un progetto generale cui non solo i credenti potranno attingere nel corso degli anni.

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