Logicamente parlando, la fascinazione che il clan dei Kennedy ha esercitato su gran parte dell’opinione pubblica statunitense ed occidentale, in particolare nell’area progressista e democratica, appare a prima vista poco comprensibile. Una famiglia di ricchi, con una ricchezza originata da un discutibile pater familias (lo diceva già il vecchio Presidente Truman: “il problema con i Kennedy non è il Papa, ma il papà”) con metodi ancor più discutibili, la tendenza sistematica a violare le regole o a reinventarsele a proprio uso e consumo, la disinvoltura nell’approccio alla politica, la pretesa di giocare sempre e comunque per vincere mettendo il risultato al di sopra di ogni altra cosa, etica compresa…Si aggiunga anche una certa mancanza di linearità nelle idee politiche di fondo, se si considerano le simpatie filofasciste del vecchio patriarca Joseph, ambasciatore a Londra da dove fu richiamato a seguito delle energiche proteste di Churchill con Roosevelt, che si rispecchiavano nei primi articoli di analisi politica del giovane John, o la partecipazione di Bob alle paranoiche inchieste sulle “attività antiamericane” condotte da Joe Mc Carthy.
In Ted Kennedy, scomparso pochi giorni fa, queste caratteristiche erano ancora più evidenti, non solo per la propensione alla bottiglia e alle avventure femminili, ma anche per l’imperdonabile vicenda di Chappaquiddick, con la segretaria lasciata ad annegare dopo una notte ad alta gradazione alcolica.
Nello stesso tempo, forse a partire dalla campagna presidenziale di JFK nel 1960, si ebbe la percezione che proprio un clan così improbabile potesse diventare la speranza di milioni di persone nelle élite come nel popolo, e ben oltre i confini degli USA. Probabilmente la campagna elettorale di John Kennedy che non si concluse con una vittoria netta ma in un serrato testa a testa con lo sfidante repubblicano, il Vicepresidente uscente Richard Nixon- fu la prima campagna multimediatica dei tempi moderni, giocata sulla capacità comunicativa di un candidato che non perdeva tempo a confutare le idee degli avversari, ma affermava le proprie affidandosi al contatto diretto con i cittadini oltre il chiacchiericcio della politica politicante. A ciò si aggiunga il vento di novità e di freschezza che veniva dalla scelta di un uomo giovane, con un rispettabile curriculum culturale e bellico ( i Kennedy avevano del resto pagato un tributo di sangue alla Seconda guerra mondiale con la morte del fratello maggiore Joseph jr, ufficiale dell'Aeronautica), con una carica idealistica non simulata, o perlomeno non del tutto, e con in più la capacità di impattare le grandi attese del mondo e dell'America, come la questione razziale o la volontà di chiudere la fase più aspra della guerra fredda. E poi, la sfida ulteriore di dimostrare che anche un cattolico poteva onorevolmente servire come Presidente degli Stati Uniti. Volendo considerare la questione dal punto di vista generazionale (nel 1960 avevo ventuno anni) per noi giovani cattolici democratici di quel tempo in Italia la scelta di Kennedy era in qualche modo complementare alla tanto attesa svolta del centrosinistra con cui, pensavamo, saremmo stati capaci di cambiare il nostro Paese facendo valere fino in fondo la capacità riformista del pensiero sociale cristiano, mentre Papa Giovanni, un vegliardo che ci pareva così giovane, preparava un Concilio di cui presentivamo la carica dirompente.
L'assassinio di JFK a Dallas nel novembre 1963 fu vissuto come un dramma planetario, ma per certi versi lo fu assai più cinque anni dopo quello di Bobby, il “Presidente non eletto”, che arrivava nel bel mezzo di un anno che aveva segnato l'umanità, con la sollevazione generalizzata degli studenti universitari, avanguardia del mondo giovanile, con l'aggravarsi della crisi vietnamita che Bob Kennedy voleva puramente e semplicemente chiudere oltre le contorsioni di Johnson e la retorica nazionalista dell'eterno Nixon, con la Primavera di Praga che annunciava la possibile evoluzione del monolite comunista, e con il terribile choc dell'assassinio di Martin Luther King, che per giorni e giorni fece bruciare i quartieri neri delle grandi città degli stati Uniti. Per molti dei nostri amici l'uccisione di Bobby, che Emilio Estevez ha così bene rappresentato nel suo omonimo film di alcuni anni fa come una tragedia corale, fu la prova provata dell'impossibilità di rigenerare il sistema, del venir meno di ogni ipotesi riformista nel momento in cui gli occulti signori del capitale e della guerra stroncavano la vita e le speranze di chi voleva un mondo migliore, e per conseguenza di passare allo scontro frontale con i poteri costituiti.
Fu allora che il manto regale del grande clan passò sulle spalle di Ted, spalle che parevano inadeguate a portare quel peso: del resto, le due candidature che egli portò alla nomination democratica nel 1976 e nel 1980, ambedue le volte venendo sconfitto da Jimmy Carter, parvero poco credibili e quasi compiute come un atto dovuto alla tradizione di famiglia, mentre si moltiplicavano gli scandali e le tragedie che da sempre avevano afflitto quel grande clan che non faceva che allargarsi grazie alla prolificità sua, dei fratelli e delle sorelle.
E tuttavia, già negli ultimi anni della sua vita, si potè constatare che nella sua lunga attività parlamentare di senatore del Massachussets, che aveva ereditato nel 1962 dal fratello Presidente, Ted Kennedy era stato forse uno dei più abili e rispettati legislatori di quello straordinario e longevo sinedrio che deriva la sua forza dalle attribuzioni conferitegli dalla Costituzione, che ne fanno la necessaria controparte del potere presidenziale, e anche dal fatto che il mandato dei suoi componenti dura sei anni a differenza dei due della Camera dei Rappresentanti (ed infatti i deputati, a differenza dei senatori, sono perennemente in campagna elettorale). La ricetta di Ted era semplice: idee semplici e radicate in una solida tradizione progressista e grande capacità di mediazione che lo misero in relazione anche con figure di spicco della destra come Reagan, Mc Cain o Hatch (non a caso esponenti di un repubblicanesimo tradizionale messo da parte dalla coorte di fanatici religiosi e di dogmatici intellettuali di cui si circondava George W. Bush). In questo senso, egli seppe mettersi giorno per giorno al pezzo nella complessità di un sistema politico unico al mondo per far progredire pezzo per pezzo quei progetti politici che gli stavano a cuore, in particolare sulle politiche sociali, senza mai dimenticare le questioni di politica estera (ed egli fu uno dei pochi dirigenti democratici a non deflettere mai nell'opposizione alla follia della guerra in Iraq). Per certi versi si può dire che ciò che nei suoi fratelli era stato semplicemente accennato, e poi trasfigurato nell'alone di gloria di una morte eroica, in Ted era diventata la prosa quotidiana di una politica che non si nutre di grandi gesti ma della capacità di “stare al pezzo”, di seguire con attenzione l'evolversi delle idee e dei progetti, di curare ogni giorno il possibile per approdare all'impossibile, di puntare al bene per poter ottenere il meglio.
Ma neanche a Ted è mancato il suo gesto epico, quello dello scorso anno alla convention democratica quando , ormai malato e contro il parere dei medici che temevano il peggio, egli volle assolutamente tenere il suo decisivo discorso di sostegno alla candidatura di Barack Obama. Ecco, per certi versi l'elezione del Presidente dalla pelle scura ( e affiancato, per buona misura, dal primo Vicepresidente cattolico della storia americana) è stata insieme il capolavoro ed il coronamento della vita di Ted Kennedy, il realizzarsi di tante speranze improbabili, a cui tuttavia egli non dava un valore meramente simbolico, ma la associava alla grande aspirazione di una sistema sanitario universalistico per tutti i cittadini di una Nazione grande ma spesso matrigna per i suoi figli. Anche per questo il vecchio leone si è battuto fino all'ultimo, al punto da chiedere di venire sostituito nella carica prima della morte in modo che al progetto presidenziale non mancasse un voto forse decisivo.
E' possibile che ad un certo punto si scopra che il migliore dei Kennedy, quello che in definitiva fece di più per affermare i sogni e le aspirazioni di una dinastia, sia stato in ultima analisi il più improbabile di tutti.