La novità dell'arrivo di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti, al di là della di per sé sconvolgente novità indotta dalla, per così dire, discontinuità razziale, si misura come è ovvio non solo nell'ammirazione della retorica del nuovo Presidente, che peraltro è stato uno degli elementi cardine della sua vittoria insieme alla somma dei fallimenti repubblicani in politica interna ed estera e alla inaudita gravità della crisi economica, ma sulla sua capacità di agire sulle questioni emergenti nell'agenda interna ed internazionale.
Nel primo caso il Presidente si ritrova impegnato in un duro braccio di ferro che già vide coinvolto Bill Clinton (e signora) sulla questione dell'obbligatorietà dell'assicurazione medica universale. Per quanto possa sembrare strano, il principio dell'universalità della copertura dei servizi medici di base per tutti i cittadini, che in Europa è pacifico ed assodato, negli USA può suonare ostico ad orecchie abituate alla diffidenza nei confronti dello Stato, rendendo così comprensibile l'altrimenti incongrua accusa di “socialismo” che gli avversari della riforma lanciano contro Obama. Naturalmente le ragioni sono ben altre, ed hanno soprattutto a che fare con i vasti interessi delle assicurazioni private che si troverebbero messe all'angolo in un mercato di cui sin qui sono state padrone assolute, ben sostenute dalle loro lobby congressuali riccamente foraggiate e anche dai cascami di un certo fondamentalismo religioso (ahimè, anche di matrice cattolica) che addirittura sospetta la riforma di voler generalizzare la pratica dell'aborto ed anche quella dell'eutanasia.
Ma un banco di prova altrettanto difficile per Obama è quello internazionale, dove egli eredita la parte forse più disastrosa degli anni di Bush jr, la dottrina malefica del diritto/dovere degli USA di farsi agenti universali della lotta contro il Male rivestita di panni teologici ed ideologici laddove si tratta semplicemente della battaglia disperata per mantenere sotto controllo occidentale, e statunitense in particolare, le principali fonti di approvvigionamento energetico, il petrolio in primis (e non è un caso che a sostenere questa tesi fosse un Presidente discendente da una dinastia di petrolieri e circondato da altri esponenti della lobby dell'oro nero).
Nel suo recente discorso alle Nazioni Unite Obama ha incominciato a demolire quietamente questa baracca di imposture a copertura di pesanti interessi materiali ricordando che, se gli Stati Uniti sono giustamente ben determinati a difendere l'integrità del loro territorio e dei loro cittadini, nello stesso tempo non desiderano in alcun modo interferire nelle vicende altrui, né (e questo è un passaggio cruciale) procedere all'esportazione forzosa della democrazia beninteso il modello occidentale di democrazia- in altri Paesi contro la volontà di coloro che vi abitano. Nello stesso tempo, quasi a marcare meglio le distanze, in altre dichiarazioni ed interviste il Presidente ha messo in chiaro che gli USA non rimarranno in Afghanistan a tempo indeterminato, e che la strategia d'uscita dovrà essere concordata con tutte le parti interessate, comprese le frazioni più ragionevoli del deposto regime talebano; a tale proposito - come a dire: “a buon intenditor...” - Obama ha anche rilevato che i pesanti brogli e le irregolarità che hanno contrassegnato le elezioni presidenziali afghane non sono passati inosservati a Washington e che ciò inevitabilmente indebolisce la posizione di Hamid Karzai, il quale per conseguenza non potrà più pensare di governare il Paese unicamente con l'appoggio del suo famelico clan.
Altrettanto importante è l'asserzione di Obama per cui nuovi insediamenti di colonie ebraiche in territorio palestinese, sotto la protezione del governo di Israele, non saranno più tollerate: per la prima volta, dopo anni di supina acquiescenza a quella “lobby israeliana” così ben analizzata da John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt in un libro che ha prodotto feroci discussioni negli USA e quasi nessun eco in Italia, un politico statunitense di vaglia il Presidente in carica, nientemeno !- ha affermato la volontà di affrancarsi da quello che non era nemmeno più uno stretto legame di alleanza e di amicizia, ma una sorta di contratto capestro con cui il Governo statunitense si impegnava ad avallare ogni atto di quello israeliano, compresi i più brutali e dissennati come la guerra libanese del 2006 e l'invasione di Gaza del dicembre/gennaio scorsi. Un contratto da cui gli USA non ricavavano nulla, in termini politici, salvo un crescente odio e disprezzo da parte delle masse arabe.
In questo senso si spiega anche l'atteggiamento nei confronti del Governo iraniano -promosso involontariamente da Bush al rango di potenza locale di primo piano con la liquidazione del regime di Saddam Hussein- che alla ferma ammonizione a non portare a termine il programma di costruzione della bomba atomica unisce la volontà di riallacciare i rapporti ormai interrotti da circa trent'anni e la disponibilità a coinvolgere la Repubblica islamica nei processi di pacificazione dell'Iraq e dell'Afghanistan.
Quello di Obama non è un idealismo disarmato ed ingenuo: al contrario è la realistica percezione del fatto che il mondo può essere governato solo con uno sforzo comune e policentrico di tutti i soggetti interessati, cadute le grandi divisioni ideologiche, a cercare la strada migliore per combattere le grandi battaglie del disarmo , della lotta alla fame nel mondo e alle pandemie. Ma un simile progetto per riuscire ha bisogno di una sponda in tutte queste potenze locali, ed in particolare in Europa, il gigante economico che è rimasto un nano in politica. Forse sarebbe il momento di crearla questa sponda, e questo dovrebbe essere l'impegno dei democratici e dei progressisti europei.