La fine dell'innocenza
editoriale di dicembre 2009 - di Giovanni Bianchi

Venerdì 12 dicembre 1969, ore 16.37. Un pomeriggio come tanti, a Milano, nel periodo frenetico fra Sant’Ambrogio e Natale che viene riempito con le ultime faccende dell’anno da chiudere, con le preoccupazioni per i regali e per le strenne, con la verifica dei conti e con la speranza di un anno migliore.

Una banca è forse uno dei posti di osservazione più interessanti di questa frenetica attività, soprattutto in quel periodo in cui l’apertura pomeridiana delle banche durava fino a tardi; la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in particolare la sua agenzia di Piazza Fontana, di lato all’Arcivescovado, in un palazzone che fino agli anni Trenta aveva ospitato gli uffici del Tribunale di Milano, lo era ancora di più perché era il luogo in cui gli agricoltori, i sensali di bestiame e quelli di granaglie si ritrovavano per la chiusura settimanale dei loro affari, grazie anche alla vicinanza (allora) della sede del Consorzio agrario.

Alle 16.37 l’orario di chiusura era passato, ma molte persone si attardavano ancora nei locali della banca, come d’ uso, per trattare le loro faccende, come tante altre volte. Una giornata normale, una settimana come tante.

Alle 16.37 il mondo, quel mondo finì. Finì l’innocenza di un Paese, il nostro. Una bomba esplose, diciassette persone morirono, ottantotto rimasero ferite e poi … poi un uomo volò giù da una finestra, un commissario di Polizia venne ammazzato, decine di processi vennero celebrati, piste di varia natura e di vario colore si sovrapposero, nessuna verità processuale venne raggiunta.

A quarant’anni di distanza, con l’amaro in bocca, coloro che all’epoca si aspettavano una rapida risposta della giustizia possono consolarsi solo con la consapevolezza che esiste un dato di verità politica e storica che è sostanzialmente inoppugnabile.

Il dato è questo: la strage di piazza Fontana fu l’inizio di quella che venne chiamata la “strategia della tensione”, e questa strategia fu la risposta chiara di poteri nemmeno troppo occulti alla crescita del malessere studentesco ed operaio manifestatosi l’anno prima e nell’autunno – l’autunno caldo- che precedette di pochi giorni la strage. Un tentativo in questo senso si era già verificato qualche giorno prima quando, nel corso di duri scontri di piazza in via Larga, l’agente di PS Antonio Annarumma morì in circostanze mai chiarite, e i suoi funerali diedero adito ad una violenta manifestazione di stampo neofascista.

Ma avvertimenti di questo tipo c’erano già stati, e, guarda caso, coincisero tutti con momenti topici nella vita del nostro Paese: ad esempio con le tensioni create dai progetti riformatori del primo centrosinistra che coincisero, nell’intervallo tumultuoso fra il primo ed il secondo Governo Moro (luglio 1964) con il cosiddetto “Piano Solo” del generale De Lorenzo. Oppure, più tardi, con la strage di piazza della Loggia a Brescia come risposta al cambiamento politico preconizzato dal referendum sul divorzio del maggio 1974, con  il rapimento dello stesso Moro, ovvero con la strage della stazione di Bologna che aprì la normalizzazione degli anni Ottanta, o con le stragi di Milano e di Firenze dell’estate 1993 che diedero il battesimo di sangue alla cosiddetta “Seconda Repubblica”, con la reiterazione del patto scellerato fra mafia, servizi più o meno deviati e politica vecchia e nuova la cui natura sta faticosamente emergendo.

Allora, nel 1969, la trappola parve scattare, con la pista anarchica immediatamente diffusa dal Questore di Milano Guida (ex direttore della colonia penale fascista di Ventotene), ed imprudentemente avallata dall’allora Capo dello Stato Giuseppe Saragat, con la stampa unanime nello sbattere il mostro anarchico in prima pagina, con la carcerazione di Pietro Valpreda e la morte misteriosa di Giuseppe Pinelli in Questura spacciata per suicidio, i depistaggi, l’emersione faticosa della pista di destra, l’uccisione di due dei magistrati che più sistematicamente avevano cercato di andare oltre le verità di occasione, Vittorio Occorsio ed Emilio Alessandrini, le sentenze controverse e contraddittorie, l’impossibilità di arrivare ad una verità giudiziaria ben definita.

Non sembra inopportuno l’amaro sarcasmo di Fortunato Zinni, allora giovane impiegato della BNA e delegato sindacale della CGIL, presente nei locali della Banca al momento dell’esplosione, ed ora Sindaco di Bresso, quando intitola un suo libro sulla strage e su quel che ne seguì Nessuno è Stato, a metà fra Omero ( l’episodio di Odisseo e Polifemo è estremamente istruttivo a questo proposito) e una commedia nera in stile Ionesco o Beckett.

Rimane, lo dicevamo prima, l’amaro in bocca, e una speranza sempre più flebile per un popolo pigro ed immemore.

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