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editoriale di maggio 2008 - di Giovanni Bianchi - Vuoi commentare l'editoriale? Vai al blog Dossetti.

I democratici e la questione del territorio

Il dato elettorale del 13/14 aprile non va certo archiviato senza discussioni, ma sarebbe a dir poco masochistico trasformarlo, come spesso accade dopo le sconfitte, nella scusa per un piagnisteo generalizzato, per una lamentazione del male cronico della sinistra nel nostro Paese, o peggio ancora per l'esaltazione passiva della “geometrica potenza di fuoco” dell'avversario laddove invece si imporrebbe un minimo di freddezza nella riflessione.

A meno di non voler correre il rischio di certi generali nordisti durante la guerra di Secessione statunitense, così ossessionati dal mito del generale Lee, il loro grande avversario, da partire sempre psicologicamente battuti di fronte a qualcuno che ritenevano a priori essere loro superiore in strategia e tattica; la stessa cosa accadde nella Seconda guerra mondiale in Nordafrica, quando molti ufficiali britannici erano a loro volta paralizzati dal mito di Rommel, della leggendaria abilità tattica della Volpe del Deserto. Per fortuna poi arrivavano al comando un Grant o un Montgomery, uomini per i quali il problema non era quello di misurarsi con una leggenda, ma più semplicemente di far vincere le proprie armate impedendo al nemico di dettare il piano strategico.

Fuori dalla metafora bellica, va dato atto a Walter Veltroni di avere cercato di condurre una battaglia del secondo tipo, riuscendo a motivare le proprie truppe di fronte ad una sconfitta annunciata, cercando di rovesciare l'ordine delle priorità definito dall'avversario nel tentativo di andare oltre rispetto ad una dialettica paralizzata.

Era un tentativo difficile, e di fatto non è andato a buon fine: troppo grande infatti era il distacco, causato non tanto dalle performances del Governo Prodi, il cui merito principale è stato quello di riprendere in mano una situazione dei conti pubblici ormai fuori controllo, ma dalla perenne aria di happening che la multiforme maggioranza che reggeva il Governo emanava intorno a sé, con totale sprezzo dei rapporti di forza dettati dalla modesta vittoria ottenuta nel 2006.

E tuttavia, a bocce ferme, è forse necessario iniziare una seria riflessione su alcuni dati che sono emersi dalle elezioni, servendosi delle analisi di chi i numeri li sa interpretare davvero, come è il caso di Ilvo Diamanti e degli analisti dell'Istituto Cattaneo di Bologna.

Innanzitutto non è vero che la sconfitta del PD e la vittoria della destra siano essenzialmente frutto del voto del Nord: i dati dimostrano con evidenza come invece tale vittoria sia spalmata in tutta Italia, con l'eccezione delle Regioni centrali, e come il Meridione, tranne il Molise dipietrista e la Basilicata, abbia votato a destra in maggiore o minore misura. Ciò significa che il Popolo delle Libertà, il cartello elettorale nato dalla fusione delle liste di Forza Italia, Alleanza Nazionale ed altre forze minori, dispone di un consenso più o meno uniforme in tutto il Paese, anche se la sua prova del fuoco sarà evidentemente il passaggio alla costituzione in forma partito. Qui, in tutta  evidenza, dovrebbero emergere le differenze fra la guardia stretta di Berlusconi, formata essenzialmente da suoi dipendenti e sodali di lunga data, e coloro che vengono da esperienze partitiche precedenti, non solo quelli di AN ma anche molti ex democristiani e socialisti: non sarà indifferente rispetto alle fortune del nuovo soggetto politico se esso sarà ancora un contenitore basato essenzialmente sulla volontà di un Capo indiscutibile o se in esso vi sarà spazio per una reale dialettica democratica, ad esempio per quel che concerne gli assetti interni a tutti i livelli e la scelta dei candidati dal Sindaco in su. E' dubbio che questo tipo di aspirazioni possano essere soddisfatte finché durerà la supremazia di Berlusconi, il quale è a dir poco indifferente allo spirito e alla prassi della democrazia.

In secondo luogo è un dato di fatto che la Lega Nord abbia avuto un risultato per certi versi straordinario e che questo sia stato l'additivo per la vittoria della coalizione di destra, ma il risultato leghista va letto con attenzione. Molto si è discusso del “passaggio del Po” da parte degli uomini di Bossi, e molti cronisti si sono precipitati a Galeata, nel Forlivese, dove la Lega ha riportato un risultato di tipo “lombardo” che è stato messo in relazione alla forte presenza di lavoratori extracomunitari (ed in totale assenza di reali tensioni o di problemi di pubblica sicurezza): sarebbe da citare anche l' 11% raggiunto dal Carroccio nella rossa Sassuolo, dove invece problemi di tensione interetnica ce ne sono stati. Ma tutto questo non risponde alla domanda di fondo: questo voto leghista è lì per rimanere oppure è un fatto momentaneo? Personalmente e non da oggi ritengo che il vero obiettivo politico della Lega, al di là dei proclami separatisti e/o federalisti (che non sono nemmeno accompagnati da un'elaborazione politico-istituzionale all'altezza, visto l'imbarazzante mediocrità della proposta di riforma costituzionale partorita nell'autunno 2005 e poi provvidenzialmente cassata dall'elettorato con il referendum dell'anno successivo), sia quella di perpetuare se stessa, e ciò è possibile solo alimentando un moto permanente di tensione verso alleati ed avversari. In questo senso, la Lega è il termometro politico del Paese, ed il suo dato elettorale è destinato ad aumentare o a diminuire a seconda dell'aumentare o diminuire della tensione sociale, laddove il problema della sicurezza è solo la spia di un disagio più ampio risentito da quelle amplissime fasce di società civile che si trovano a mal partito in una globalizzazione che fin qui ha funzionato a meraviglia solo per le oligarchie economiche. Da qui peraltro nasce anche l'equivoco della Lega come “costola della sinistra”: credo abbia ragione Ivan Berni quando annota che la Lega è un fenomeno inequivocabilmente di destra, in quanto predica “il moralismo conformista, nega l'universalità del diritto, la terzietà della magistratura, la pari dignità sociale delle opzioni sessuali, la conflittualità fra lavoro e capitale come elemento portante della democrazia”. Ciò peraltro “non impedisce che la votino elettori in fuga dal centrosinistra e dalla sinistra radicale, che la votino operai e precari, che sulle sue ricette spicce in materia di sicurezza e i suoi programmi bellicosi convergano consensi popolari”. Anche perchè, come ci insegna la storia, è perfettamente possibile che forze tendenzialmente di destra sappiano anche intercettare sentimenti popolari diffusi su proclami interclassisti, spostando l'animosità sociale su di un piano indifferenziato in cui la polemica verso le oligarchie economiche si salda con quella contro i sindacati e le forze di sinistra, liquidate oggi come facce della stessa “casta”: al fondo, mutatis mutandis , era lo stesso tipo di retorica del fascismo e del nazionalsocialismo, che si appellavano all'anima proletaria per declinarla in termini non sociali ma nazionalistici. Se le cose stanno così, è possibile che le inevitabili delusioni dell'azione governativa del “Berlusconi IV” sgonfino le vele del movimento leghista, che del resto a Milano nel 1993 toccò la vetta del 40% alle elezioni amministrative per piombare poco oltre il 10% l'anno successivo.

E tuttavia, ed è la questione focale, occorre capire che cosa può fare in questo contesto desolante il Partito Democratico quale unico rappresentante dell'opposizione di centrosinistra e di sinistra tuttora presente in Parlamento. Indubbiamente il risultato ottenuto, che sfiora il 34%, conferisce al neonato PD una forza oggettiva che deve ancora essere declinata in idee e programmi credibili, al di là di suggestioni tipo “partito del Nord” che rimandano ad un'idea un po' meccanicistica del concetto di rappresentanza elettorale, la quale non appare legata a modalità organizzative ma piuttosto alla capacità di coniugare la chiarezza dei programmi all'effettivo radicamento territoriale. In questo senso, vale poco appellarsi alle “forme organizzative” della Lega, che sono di tipo abbastanza tradizionale, basate su di un forte dato di militanza e su parole d'ordine semplici che ricalcano sostanzialmente quelle messe in giro da Bossi e dai suoi amici oltre vent'anni fa all'inizio dell'avventura del Carroccio. D'altro canto, le percentuali della Lega in territori da cui è assente al punto da non avere né sezioni né rappresentanti di lista testimoniano nel senso di una non immediata correlazione fra presenza territoriale tradizionale e consenso elettorale.

Il problema del PD, in buona sostanza, è quello di fare politica, espressione che intesa nel suo significato più letterale significa capacità di stare nelle pieghe dei territori e dei loro interessi, riscoprendo e valorizzando il legame con il sindacato, l'associazionismo e la cooperazione, e nello stesso tempo di rimettere in auge il pensiero politico, la ricerca, la traduzione del pensiero politico in atti conseguenti, e quindi rianimare lo spirito di partecipazione, anche quello parziale (legato cioè a fatti o istanze contingenti) che caratterizza soprattutto la realtà giovanile. In questo modo il partito,pur essendo, come deve esserlo una forza che aspira ad essere forza di governo di una società complessa, aperto al contributo di ogni persona e di ogni realtà sociale, nello stesso tempo dovrà essere ed apparire inevitabilmente radicato in quelle istanze popolari (lavoro, casa, welfare, scuola, pubblica sicurezza....) che non possono apparire costantemente come una sgradita sorpresa all'indomani di elezioni perse.

Naturalmente, questo percorso dovrà essere accompagnato anche da una reale capacità di interlocuzione politica al proprio interno, senza aver paura della possibile nascita di correnti di pensiero che però non rispecchino le appartenenze del passato ma siano piuttosto espressione di ricerca di modalità diverse di incarnare una nuova soggettività riformista e democratica (la sola sinistra possibile di questa fase storica) per costruire il futuro del nostro Paese.

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